Principio alla bigenitorialità quando a vincere sono i figli

di Redazione
12 Luglio 2022

di Salvatore Dimartino ( Presidente di mantenimento Diretto – APS)

C’è un tema – quello dell’affidamento condiviso dei figli dopo la separazione – di cui si parla poco e male: se ne parla solo in relazione a tragedie familiari – da ultimo quello della povera Elena Del Pozzo uccisa dalla madre separata – e se ne parla, in modo del tutto divisivo, solo da una certa area pseudofemminista al solo fine di cavalcare l’indignazione popolare che, quando simili tragedie avvengono a parti invertite, provocano nell’opinione pubblica, con l’obiettivo neanche troppo recondito di rimettere in discussione il principio di buon senso, prim’ancora che giuridicamente incontrovertibile, che impone allo Stato di rispettare le relazioni familiari delle persone.

Utilizzando la facile retorica dell’“interesse del minore”, costoro – più che a rimettere indietro l’orologio della storia che evidentemente ignorano – mirano a nascondere il fallimento delle politiche di occupazione femminile portate avanti in questi anni a base di slogan tanto roboanti quanto privi di reale efficacia – l’ultimo è quello sulla parità salariale – , che hanno scaricato sui singoli l’onere di assolvere ad un compito, eminentemente pubblico, come quello di garantire ad ognuno un’esistenza libera e dignitosa.

Con la Commissione parlamentare sul fenomeno del Femminicidio che, nella sua relazione sull’applicazione della legge 54/06, ritiene di dovere richiamare l’attenzione sull’”impoverimento della condizione economica delle madri”: peccato che, secondo l’Istat (2015), in caso di separazione, nel 94% dei casi i padri pagano per ogni figlio un assegno di mantenimento medio di 485 euro e nel 60% dei casi devono lasciare la casa familiare a disposizione dell’ex coniuge senza che del valore economico di ciò se ne tenga conto ai fini del mantenimento e pur continuando, magari, a pagarci il mutuo a fine mese,  così che essi debbano trovarsi, con un reddito medio residuo di 7/800 euro, un’altra casa dove ospitare i figli pena la perdita dell’affidamento condiviso e viverci fino al mese successivo. E per non dire della ciliegina sulla torta per cui mentre le madri avranno diritto ad accedere gratuitamente a tutte le prestazioni sociali, non così sarà per i padri che dovranno pagare il ticket anche per un banale esame del sangue perché il loro reddito medio formalmente risulterà di circa 1.800 euro al mese.

È evidente però come il vero focus di tutta la discussione non siano né le macabre classifiche sugli infanticidi, né le gare di povertà tra madri e padri, perché tutto ciò non ha nulla a che vedere con la tutela delle relazioni familiari ed il ruolo e la responsabilità genitoriale.

Garantire ad un bambino il diritto a continuare ad avere il proprio punto di riferimento in entrambi i genitori, e non in uno solo, significa, infatti, rispettarne l’identità e l’appartenenza alla sua intera comunità familiare, e non solo a quella parte che i giudici continuano a scegliere in modo stereotipato, e liberarlo dallo sciagurato conflitto d’interesse che oggi lo costringe a vivere prigioniero delle strumentalizzazioni dei suoi genitori.

Allo stesso modo, limitare il ruolo del giudice al solo accertamento dell’assenza di condizioni ostative – violenza, abbandono o trascuratezza – all’applicazione della norma – significa valorizzare il ruolo educativo dei genitori garantendone l’autonomia e la responsabilità anche dopo la separazione, oggi del tutto annullata dal fatto che i giudici, attraverso la quantificazione dell’importo dell’assegno di mantenimento, si sono appropriati del merito delle scelte educative relative ai figli che non gli competono. 

In questo, la legge 54/06 ha fallito clamorosamente il suo obiettivo di ammodernare il Paese: come dimostrano i dati Istat, non solo essa non è andata oltre la mera affermazione di principio ma ha addirittura esteso a dismisura il potere del giudice al punto da attribuirgli il potere di modificare l’assetto delle relazioni familiari in spregio ad ogni garanzia riconosciuta alla famiglia dall’art. 2 della Costituzione.

Un fallimento che ogni anno vivono sulla propria pelle oltre mezzo milione di genitori e figli che intraprendono il percorso che li porta alla separazione o al divorzio, e che si trascina già dall’indomani dell’approvazione della legge e sul quale hanno doppiamente speculato sia il Movimento 5 stelle che il Partito Democratico che prima, nel 2013 e nel 2015 – puntando ad accaparrarsi il voto dei padri separati – hanno presentato due disegni di legge che muovono dalle stesse analisi e prevedono le stesse identiche soluzioni che prevede il ddl Pillon – e poi, nel 2018 – facendone una questione di difesa dei diritti delle madri e delle donne – l’hanno bocciato sostenendo che esso è contrario alla Convenzione di Istanbul che però è del 2011 e dunque precedente le loro iniziative.

Un vergognoso voltafaccia, indegno del più fetido mercato delle vacche, giocato sulle ferite di milioni di persone e soprattutto del futuro di bambini e ragazzi che non hanno nessuna colpa: tutta la letteratura scientifica evidenzia infatti come, in caso di alterazione indotta della relazione con uno dei due genitori, i figli di genitori separati siano maggiormente esposti a rischi di dipendenza di sostanze tossiche, gravidanze precoci e delinquenza minorile. 

Oltre a replicare nel proprio percorso di vita modelli familiari basati su stereotipie di genere: aspetto non di poco conto che dimostra tutta l’ipocrisia della sinistra sulla parità di genere di cui si riempie tanto la bocca a sproposito. 

Perché hai voglia di parlare di parità di genere e salariale quando poi continui a difendere un modello di affidamento dei figli in cui al padre è sempre assegnato il ruolo di bread winner ed alla madre quello di care giver.

È perciò ora di uscire dalle doppiezze e dalle stereotipie, ancor più che le modifiche intervenute nel mondo del lavoro hanno inciso profondamente sullo stile di vita delle famiglie che, su questi temi, da tempo chiedono a gran voce che dalle parole si passi ai fatti: tanto i dati Istat quanto quelli da noi raccolti, dimostrano che per l’85% degli italiani non solo ritengono giusto una piena parità tra i genitori nei compiti di accudimento e cura dei figli, ma pensano che essa sarebbe utile a favorire una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro. 

Occorre perciò cambiare le regole introducendo, anche in Italia, la presunzione legale relativa di parità di tempi e di mantenimento diretto sulla scorta di quanto fatto, in modo assolutamente bipartisan, nei paesi nordeuropei negli anni duemila e negli ultimi anni in molti stati nordamericani, partendo da una considerazione: le relazioni familiari ed il ruolo e la responsabilità genitoriale sono da considerarsi alla stregua di un bene comune, un valore nel quale si ritrovano le radici più profonde della cultura cristiano-liberale europea e non essere ridotto ad un tema identitario di sinistra o di destra.

Per far ciò occorrono tre semplici, ma non per questo comuni, cose: serietà, coerenza e inclusività.

Serietà innanzitutto: perché se cambiare opinione è legittimo, è a dir poco indecente che lo si faccia per fini elettorali lucrando sulla pelle di persone deboli.

Coerenza, tanta coerenza: perché è ora di smetterla con l’egoismo degli adulti che strumentalizzano gli interessi dei figli per il proprio tornaconto personale; le regole – ivi comprese quelle relative a fisco e welfare – vanno riscritte a partire, non dalla tutela dei bisogni materiali dei figli, ma dalla tutela delle relazioni familiari dei figli che esprimono al meglio i loro maggiori interessi.

E, da ultimo ma non certo per importanza, ancor ed ancor più inclusività: la riforma della legge 54/06 nella sua parte prescrittiva non può essere ridotta al rango di una battaglia di partito; o meglio, non può esserlo nel senso di renderla una bandiera ideologica di parte, ma dev’essere portata avanti come ideale nel quale si riconoscono tutti coloro che vedono nell’individualismo amorfo il vero nemico delle nostre società.

Si tratta di vedere chi avrà il coraggio di farsi carico della sfida e l’intelligenza necessaria per vincerla.