Porti aperti e sicurezza, l’ideologia progressista alla base dello scontro sociale

di Redazione
22 Dicembre 2020

Il dramma del virus ha ormai monopolizzato qualsiasi dibattito. I media mainstream e i partiti che compongono l’attuale maggioranza sembrano sempre più dediti ad occuparsi dell’emergenza sanitaria, in maniera del tutto confusionale e contraddittoria, propagando terrore e incertezza, tralasciando colpevolmente problematiche che si protraggono da anni, per le quali nessuno pare abbia intenzione di trovare una soluzione più o meno adeguata. La spigolosa tematica dell’immigrazione clandestina, per esempio, diviene centrale solo quando qualcuno cerca di contrastarla. È alquanto palese che dal punto di vista delle responsabilità politiche e anche penali rischia maggiormente chi, avvalendosi dei mezzi a disposizione, cerca di porre un freno ad un fenomeno geopolitico degenerativo, mentre chi lo alimenta viene puntualmente ricoperto di elogi. C’è da sottolineare quanto in Italia una considerevole parte della magistratura abbia contributo, con entrate a gamba tesa, a condizionare le scelte governative in materia di politica migratoria. Membri di rilievo della magistratura, servitori dello Stato che dovrebbero garantire imparzialità, hanno dato prova di quanto la follia ideologica possa colpire anche un insieme di uomini custodi del nostro complesso ordinamento giuridico. Lo smantellamento dei primi “decreti sicurezza” annunciati a più riprese da Salvini e avvallati dal Consiglio dei Ministri giallo-verde che in parte, a distanza di poco tempo, fa finta di averli dimenticati, conferma l’intenzione politica di far scoppiare una bomba sociale nelle macerie prodotte dalla pandemia. La gestione dei flussi migratori dovrebbe essere un tema di assoluta importanza non solo per la classe dirigente, ma anche per la magistratura, la quale avrebbe il dovere di non strumentalizzare la sicurezza nazionale per compiere dei vili attacchi politici. Esistono infatti parecchi altri reati oltre al “sequestro di persona” riconducibili all’aumento spropositato degli sbarchi, i quali, purtroppo, vanno ad aggravare le condizioni già drammatiche del tessuto economico e sociale italiano. Dal punto di vista della sicurezza pubblica emergono dati ISTAT riguardanti le condanne con sentenza irrevocabile relative al decennio 2008-2017. Nonostante le condanne totali siano in costante calo dal 2012, quelle pronunciate nei confronti degli stranieri rimangono praticamente invariate. Complice l’aumento del flusso migratorio mediterraneo nel 2013, le condanne a carico di cittadini africani, dopo aver subito una riduzione nel 2012, sono aumentate rapidamente arrivando a quasi mille condanne annuali in più a partire dal 2014. Pur essendo gli africani l’1,6 per cento della popolazione in Italia, essi hanno ricevuto in media il 40,7 per cento delle condanne emesse nei confronti dei cittadini stranieri e il 13,5 per cento delle condanne totali pronunciate nel decennio 2008-2017. Sono in costante aumento anche il numero di reati compiuti da giovani provenienti da varie nazionalità africane, abbandonati dallo Stato negli angoli più bui e degradati delle grandi città, con la conseguente impossibilità di crearsi un futuro dignitoso, lasciati soli a incrementare il già forte disagio nelle periferie martoriate dalla microcriminalità autoctona e dalla crescente crisi economica. Dallo spaccio di stupefacenti allo sfruttamento della prostituzione (per circa il 70 per cento in mano alla criminalità straniera), dalla contraffazione, fino ai più comuni furti, gli immigrati nord africani sono ormai considerati dai criminali nostrani come una forte e preparata manovalanza a basso costo, aspetto che complica non poco le condizioni nelle quali le nostre forze dell’ordine sono costrette ad operare.

Nicola Schirru