Niram Ferretti: “L’occidente è complice del processo di nuclearizzazione iraniano”

Niram Ferretti, scrittore e saggista, è direttore de L’Informale, sito di informazione su Israele e Medioriente e direttore editoriale presso la Salomone Belforte Editore della collana “Ricerche sull’antisemitismo e l’antisionismo”. Ha pubblicato presso Lindau, “Il Sabba intorno a Israele: Fenomenologia di una demonizzazione” (2017), “Il Capro Espiatorio, Israele e la crisi dell’Europa” (2019), e presso Giuntina “La luce del Regno” (2021).

Le rivolte in corso in Iran potrebbero bastare a rovesciare il regime sciita? In che modo l’Occidente potrebbe maggiormente sostenerle?

Vorrei essere ottimista e risponderle di sì, ma sono assai più cauto. Abbiamo già visto come sono andate le cose nel 2009 quando sorse il cosiddetto “Movimento Verde” a seguito delle proteste per le elezioni che portarono alla vittoria Ahmadinejad. La repressione fu durissima con migliaia di arresti e almeno una settantina di morti. L’Occidente restò sostanzialmente a guardare.Naturalmente si indignò, è la sua specialità, ma continuò e ha continuato negli anni ad avere rapporti lucrosi con l’Iran, culminanti con il JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano voluto fortissimamente dall’amministrazione Obama nel 2015 e, che avendo come conseguenza una normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica, consentiva all’Europa di potere incrementare i propri affari con il regime degli ayatollah, nascondendosi dietro la foglia di fico della sua “buona volontà”. Se lei pensa che ad oggi all’Onu, alla Commissione per i diritti delle donne partecipa l’Iran, come si può prendere sul serio qualsiasi eventuale opposizione occidentale al regime del terrore instaurato da Khomeini nel 1979? L’unico che ha veramente fatto qualcosa di concreto contro di esso in questi ultimi anni è stato l’esecrato Donald Trump, quando, l’8 maggio del 2018, uscì dagli accordi siglati da Obama. L’Occidente, con in testa la sua mosca cocchiera, gli Stati Uniti, dovrebbe rompere con l’Iran ogni canale diplomatico e aumentare semmai, non allentare, le sanzioni. Se ci si unisce contro la Russia per la sua aggressione all’Ucraina, la logica imporrebbe che questa stessa unione debba costituirsi contro l’Iran che, en passant, fornisce alla Russia i droni kamikaze con cui vengono colpite le strutture civili ucraine.

 In caso di caduta del regime, che postura geopolitica assumerebbe l’Iran verso l’Occidente? È plausibile attendersi una svolta democratica, oppure potrebbero prevalere delle frange nazionaliste ed imperialiste, intenzionate a governare il paese?

 Una svolta democratica in Iran è, ovviamente, possibile, sarebbe un fatto epocale. Apparentemente non ci sono figure pubbliche che potrebbero eventualmente condurre a una riforma così radicale, ma non ci sono anche perché in Iran una visibilità di questo tipo costerebbe loro la vita. Sappiamo poco o niente di cosa si muove nel sottopancia del paese a livello clandestino. Al momento frange più estremiste di quelle che governano il paese non ne vedo. L’estremismo è già al potere da 43 anni.

Come valuta complessivamente l’approccio dell’amministrazione di Joe Biden verso l’Iran?

Joe Biden non ha mai fatto mistero di volere riallacciare i rapporti con l’Iran nel solco di Barack Obama, di cui, all’epoca dell’JCPOA, fu vicepresidente. Di fatto, ha ricostituito intorno a sé in merito alle questioni relative al Medio Oriente diversi personaggi che già avevano operato sui dossier con l’amministrazione Obama. La realtà è che se non fosse scoppiata la crisi Russia-Ucraina, l’amministrazione Biden avrebbe spinto ancora di più per chiudere i negoziati con l’Iran, e lo avrebbe fatto al ribasso. Il negoziato è entrato in profonda crisi con l’inizio della guerra, quando l’Iran non forniva ancora aiuto militare alla Russia, prima di tutto a causa non solo dell’alleanza russo-iraniana in Siria, ma perché i mediatori di un eventuale accordo americano-iraniano avrebbero dovuto essere proprio i russi. Ora che l’Iran fornisce alla Russia i droni Shahed per colpire l’Ucraina un accordo di Washington con Teheran è impensabile.

È possibile che le ambizioni nucleari di Teheran portino ad uno scontro militare con l’Occidente, dettato dalla volontà di quest’ultimo di impedire la costruzione dell’atomica?

L’Occidente non ha mai fatto nulla per impedire che l’Iran si dotasse di un arsenale militare, semmai il contrario. L’accordo voluto da Obama nel 2015 di fatto rallentava solo il venire in essere del nucleare a scopo militare, confidando che nel frattempo l’Iran si sarebbe normalizzato. Scommessa che è stata persa dal principio visto che fino a quando non è stato eliminato il generale Qasem Soleimani, uno degli uomini simbolo del regime, l’Iran ha continuato impunito la sua politica aggressiva.  Con la sua eliminazione, Trump ha dato un chiaro segno all’Iran che il limite, per gli Stati Uniti, era stato superato. L’unico paese che può seriamente, e per ovvie ragioni di vicinanza, impedire che l’Iran si doti del nucleare è Israele.  

 Sul piano della politica interna israeliana, cosa aspettarsi dopo la rielezione di Benjamin Netanyahu?

 Niente di sconvolgente. Se c’è una cosa che Netanyahu ha saputo dimostrare nei lunghi anni in cui è stato al potere è quella di garantire a Israele prosperità e sicurezza. Lo si può criticare sotto molti aspetti: una gestione cesarista del Likud, una spregiudicatezza politica eccessiva che si manifesta in una grande disinvoltura nell’allearsi con chiunque possa garantirgli la governabilità, una eccesiva accondiscendenza allo status quo, salvo quando fu ministro dell’Economia. Al netto degli stanchi isterismi dell’opposizione, Israele non si fascistizzerà, non diventerà una teocrazia. In questi anni Netanyahu è stato rappresentato dalla stampa di sinistra come un po’ peggio di Al Capone, ciò nonostante viene votato, è ancora in sella, e non perché il suo elettorato sia composto da gangsters ma perché la sua demonizzazione non ha avuto presa.

Come valuta la stabilità occidentale politica, militare e diplomatica? Sulla guerra in Ucraina, la compattezza è destinata a durare a lungo termine? 

NF: La guerra in Ucraina è stata una bella doccia fredda per l’Europa e la sua convinzione radicata, fondata su un irenismo illusorio, che il mestiere delle armi appartenesse a un’epoca arcaica della storia, o perlomeno che non avesse più niente a che fare con la storia europea. Putin ha mostrato che questo è un sogno, che chi ha la forza e la spregiudicatezza di usare la forza se ritiene di usarla lo farà se non gli verrà impedito. Era la convinzione di Hitler ed è quella di tutti i despoti, ovvero che l’unico diritto che conta sia quello della forza. Purtroppo, per impedire che la forza si eserciti, i discorsi alati non servono a niente, bisogna sporcarsi le mani e usare altra forza. È quello che sta accadendo in Ucraina. Non è stato impedito a Putin di invaderla ma si sta facendo di tutto per impedirgli di sottometterla. In merito alla compattezza, quello che si può dire è che fino a quando gli Stati Uniti continueranno a sostenere l’Ucraina l’Europa andrà a traino, a dimostrazione che ancora oggi sono sempre gli USA a garantire la stabilità e la sicurezza occidentale, in barba a chi, da almeno vent’anni, vaticina il loro declino.