Minigonne a Terni: nessuna ordinanza “talebana”, solo e sempre le solite bugie della sinistra

di Redazione
2 Novembre 2021

di Nello Simonelli

La Stampa non ha perso occasione per paragonare Terni a Kabul, sottolineando come “il Sindaco…ha vietato minigonne e scollature in città…Roba da Medioevo”.

Laura Boldrini, che ormai ci ha abituato a comprendere come sia in realtà affetta da incapacità di comprendere il dato reale, scrive di come “…la destra…fa tornare indietro il Paese…L’ordinanza del sindaco di Terni è un’offesa alla libertà e alla dignità delle donne…il vademecum sull’abbigliamento”.

Fermiamoci un attimo a riflettere: chi di noi approverebbe un’ordinanza, quindi un atto amministrativo, che provasse a vietare ad un essere umano – uomo o donna che sia – la libertà di indossare capi di abbigliamento di sua scelta? Nessuno, credo, e non sarebbe un discorso di destra o sinistra ma di buon senso. 

Possibile, allora, che il sindaco di Terni, che non conosco ma che con il sottoscritto condivide un ruolo amministrativo, abbia disposto un’ordinanza così restrittiva e limitante in tema di libertàindividuali? È impazzito? Non è che – forse e dico forse – come spesso capita nell’agone politico, che cerca spesso o sempre di mistificare la realtà a propria convenienza – sarebbe il caso di leggere l’ordinanza senza le lenti della faziosità?

E allora andiamo a leggere questa ordinanza, che già ad una prima analisi risulta, quantomeno, ben scritta. È chiaro, quindi, che non vi sono problemi di natura formale. Sicuramente allora ad indignare le vedove della Boldrini è sicuramente il contenuto, che sarà stato assolutamente folle e machista. Si, perché il problema della Nazione è questo.

Premesso: trattasi di un’ordinanza dettata dalla lotta al fenomeno della prostituzione, pregiudicante decoro e vivibilità della città, oltre che le condizioni di vita dei cittadini, costituente fonte di degrado ed insicurezza. Un fenomeno, quello della prostituzione, che finchè non sarà regolamento dallo Stato sicuramente continuerà a costituire una problematica rilevante all’interno di qualsiasi realtà urbana.

Ed è qui che il Sindaco Latini va ad elencare le vie cittadine interessate dal triste fenomeno, ravvisando la necessità – a seguito delle tante richieste dei cittadini – di intervenire “…per impedire che il fenomeno possa ulteriormente intensificarsi…determinando effetti pregiudizievoli per la sicurezza…e a tutela della comunità ternana nella fruizione degli spazi cittadini e nella miglior qualità della vita”.

Motivazione senz’altro nobile, che ingenera un dubbio: non è che i condannanti abbiano volutamente dato una lettura volutamente sbagliata? Ed è, nel proseguire la visione dell’ordinanza, che il dubbio diventa certezza.

Perché, come si legge, viene “…fatto divieto a CHIUNQUE: 1) di porre in essere comportamenti diretti in modo non equivoco ad offire prestazioni sessuali a pagamento, consistenti nell’assunzione di atteggiamenti di richiamo, di invito, di saluto allusivo ovvero nel mantenere abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al luogo ovvero nel mostrare nudità, ingenerando la convinzione di esercitare la prostituzione. La violazione si concretizza con lo stazionamento e/o l’appostamento della persona e/o l’adescamento di clienti e l’intrattenersi con essi e/o con qualsiasi altro atteggiamento o modalità comportamentali, compreso l’abbigliamento, che possano ingenerare la convinzione che la stessa stia esercitando la prostituzione”.

Ed è questo il punto “incriminato” dell’ordinanza. E viene solo da ridere per l’assurdità del qui pro quo. Perché non trattasi di fraintendimento, bensì di una fake news in piena regola. Perché nessuno, dotato di senno, dopo anche una prima e solo parziale lettura dell’ordinanza, potrebbe pensare che “Il Sindaco di Terni voglia vietare in città tacchi e minigonne, come a Kabul”. 

Trattasi, quindi, di un provvedimento assolutamente non “retrogrado” o “medievale”, in quanto di provvedimenti di tal fatta ne esistono a bizzeffe non solo e non tanto in Italia, ma in tutta Europa e nel Mondo, a maggior ragione dove lo Stato regolamenta l’attività di meretricio, includendola all’interno di determinate zone urbane e sanzionandola qualora sia esercitata in altre.

Quale lezione possiamo trarre da questa storia? Che spesso – e costa dirlo da giornalista – parte della stampa è artefatta e faziosa, preferendo svendersi a quel partito o a quel politicante (ben vengano maggiori fondi pubblici all’editoria, per slegarla dalle logiche delle segreterie partitiche), e che sempre si dovrebbe diffidare da tutto ciò che appare spudoratamente di propaganda, soprattutto qualora provenga da attori politici come la Lauretta nazionale, che di questo atteggiamento quasi diffamatorio ne fanno un vanto.

Ma, soprattutto, di cercare di risalire da sé alle notizie, mantenendo sempre un approccio critico ed indipendente, maturo. 

O, se non vi si riesca, quantomeno di leggere le ordinanze.