Marcello De Angelis: “Il mio ricordo di Giano Accame, una vita in prima linea”

di Redazione
29 Ottobre 2019

A un decennio dalla fine del suo transito terrestre, il nome di Giano Accame si impone ancora alla memoria dei vivi di spirito. Questa raccolta di suoi interventi sulla rivista Area, alla quale collaborò fino al giorno della sua morte, insieme a una biografia scritta dal figlio Nicolò, si accompagna alla ripubblicazione di ritratti, commenti e ricordi della sua persona e del suo lavoro di giornalista e scrittore da parte di un gran numero di colleghi e personalità della cultura italiana. 

Abbiamo fatto qualche domanda a Marcello De Angelis, curatore del libro “Giano Accame. La vita, l’idea” insieme al figlio Nicolò Accame.

Perché la scelta di imperniare un libro sulla figura di Giano Accame e come si è svolta la collaborazione con il figlio Nicolò?

Giano è morto nell’aprile del 2009. Da allora sono accadute molte cose. Per lo più il mondo politico e culturale in cui vivevamo è in qualche modo sbiadito se non evaporato e, per necessità o scelta, quasi tutti quelli con i quali fino a dieci anni fa condividevamo sogni, lavoro e passioni in maniera totalizzante, si sono dispersi dedicandosi ad altro.

A marzo ho visto Nicolò e Barbara Accame e mi è venuto spontaneo chiedergli se avessero intenzione di fare qualcosa per il decennale. A poco a poco ci siamo convinti vicendevolmente che un ricordo privato sarebbe stato una scelta egoista, perché Giano è un patrimonio comune, una ricchezza nazionale. Abbiamo sentito altri amici di Giano e di Area e ci siamo resi conto che tutti aspettavano qualcosa che ci facesse riemergere dal sopore nel quale la fine di una tensione di decenni ci aveva lasciato. Diciamo che abbiamo alla fine scelto di rialzare una bandiera per ricordare a tanti amici che ci siamo ancora e Giano è ancora presentissimo.

C’è stata, da parte sua, la necessità di integrare le memorie del figlio Nicolò con documenti dell’epoca?

Giano non ha mai smesso di scrivere, quindi ha lasciato traccia di ogni sua riflessione ed esperienza. Abbiamo l’archivio di Area, il mensile che insieme a noi ha animato fino al momento della sua morte. Inoltre in occasione del suo ottantesimo compleanno la rivista Letteratura e Tradizione aveva raccolto una serie di bei commenti e ricordi sulla sua vita e attività giornalistica ed editoriale. Infine, alla sua morte, molti colleghi, estimatori e collaboratori, avevano scritto di lui. Abbiamo fatto una selezione di tutto questo materiale e ne è uscito un ritratto molto ricco.

Parlando di Giano Accame non si può non parlare della memoria storica. Secondo lei nell’Italia contemporanea c’è un problema di svilimento di questa memoria?

Assolutamente sì. E non solo di una parte. In meno di un decennio abbiamo assistito a una perdita di memoria, consapevolezza e ricchezza culturale e politica senza pari nella storia. Forse complice la velocità e l’inconsistenza dell’informazione prodotta dai social, sembra che tutto sia nato oggi e sia destinato a scomparire domani. Non esiste né passato, né futuro. Viviamo in un presente continuo che non incide e non lascia traccia. D’altronde non si era mai vista un’epoca in cui l’esperienza e la competenza fossero vissute come una colpa. Stiamo realizzando le peggiori ambizioni di Pol Pot: una tabula rasa di tutto ciò che gli italiani hanno pensato, immaginato e creato per secoli evaporato e sostituito con “prodotti” usa e getta…

Accame è stato militante sin dalla giovane età, aderendo prima alla Repubblica di Salò, poi entrando nelle file del MSI e infine schierandosi coi movimenti giovanili degli anni Cinquanta. Secondo lei cosa l’ha portato a essere sempre in prima linea?

Cito Giano: diceva che sin da piccolo gli avevano insegnato che l’undicesimo comandamento è il coraggio, che IO è il verso che fa il somaro e che quindi l’individualismo è inconcepibile e aggiungeva che l’imperativo etico per tutti è di “essere sempre utili alla Patria”. Poste queste premesse la prima linea più che un dovere diventa un diritto. Un diritto che d’altronde rivendicavano gli equites romani, che possedevano lo jus primae lineae: il diritto di combattere sempre in prima linea. Una visione dell’aristocrazia abbastanza diversa da quella che ci hanno tramandato in tempi recenti.

Nel libro appaiono diversi ritratti e ricordi di Accame. Come ha selezionato il materiale?

Innanzitutto, devo ammetterlo, in base alle firme. Sant’Agostino diceva che non bisogna solo prestare attenzione a ciò che si dice ma anche a chi lo ha detto. Perché a scrivere belle parole sono bravi tutti. Ma alcuni non sono all’altezza di ciò che scrivono. Abbiamo privilegiato chi aveva dimostrato affetto e stima vera per Giano da vivo. Non c’è nulla di più bugiardo di un ricordo postumo. Alcuni ricordi e attestati di stima li abbiamo scelti invece perché venivano proprio da persone da cui ci si sarebbe potuti legittimamente aspettare avversione: antifascisti di solito livorosi o comunisti non pentiti, che dinanzi alla statura umana e intellettuale di Giano Accame hanno visto vacillare la propria ostilità aprioristica.

Se dovesse riassumere in poche righe le caratteristiche del lavoro giornalistico di Accame, cosa direbbe?

Un giornalista può limitarsi a osservare, riferire, raccontare. Molti mistificano. In pochi spiegano e fanno capire. Giano osservava, capiva, spiegava e rendeva comprensibile a tutti cosa stesse accadendo, ricollegandolo alle origini del problema e indicando dove avrebbe portato e come si sarebbe potuto rettificare il percorso per trasformare il veleno in farmaco. E questo anche in un campo, come quello dell’economia, che per molti è considerato esoterico e riservato ai soli addetti ai lavori.

Accame è l’unico ex militante del partito fascista ad avere un albero dedicato nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme. Da cosa prendeva il via la sua feroce contrapposizione all’antisemitismo?

Fondamentalmente a Giano ripugnava tutto ciò che fosse ingiusto e ingiustificato. Avendo conosciuto e frequentato molti ebrei fascisti riteneva le leggi razziali un ignobile tradimento e un’infame pugnalata alla schiena di veri e sinceri “camerati” che avevano dato un contributo di sangue e anima alla guerra patriottica, all’impresa di Fiume, alla marcia su Roma e alla elaborazione e diffusione dei valori fascisti.

Poi era stato in Palestina come corrispondente durante la guerra dei sei giorni ed era restato affascinato da quello che gli appariva come un popolo in armi, etnicamente e religiosamente fiero, indomito e apparentemente invincibile. Insomma, gli era sembrato tutto, come diceva lui stesso, “piuttosto fascista”.

Qual è secondo lei l’eredità morale e culturale di Accame?

Nei vari “coccodrilli” pubblicati da firme “di sinistra” Accame viene definito “fascista gentile, dialogante, signorile”. Uno insomma che senza mai rinnegare la propria identità (era solito dire che per lui essere fascista era come essere ligure, una natura dalla quale non si sarebbe potuto liberare nemmeno volendo), se accettavi di parlarci “malgrado” la sua natura, ti poteva gentilmente e con molto buon senso e garbo spiegare cosa pensasse davvero e convincerti che tutto sommato, se ti liberavi dei paraocchi ideologici, poteva essere condivisibile.

Giano Accame è stato l’anticipatore della fine dell’Europa di Yalta e dell’Italia della partitocrazia. E aveva indicato, con semplicità e coerenza, quale fosse la strada da intraprendere dopo il crollo dei muri che avevano impedito agli italiani di ritrovare la loro unità e concordia e all’Italia di essere forte, sicura e di crescere gioiosamente: il socialismo tricolore o la destra sociale, che poi era la stessa cosa della sinistra nazionale. Perché, riunendo in una sintesi più alta ciò che la strumentalità politica aveva diviso, si poteva tornare a essere tutti amanti della Patria, rispettosi di Dio e fratelli in uno stesso popolo e in una stessa nazione. Liberi da condizionamenti esterni e antinazionali, produttori della propria ricchezza e difensori del proprio patrimonio: economico, storico, culturale, familiare.

I leader della destra avrebbero dovuto dargli ascolto. Sul medio termine la coerenza avrebbe pagato. Ora, nel solco da lui tracciato, si può ripartire da capo e fare chiarezza nella confusione strumentale che ha prodotto gli attuali scenari grotteschi.

Ricordiamo, però, che la storia la fanno le azioni e non le parole. Le idee camminano sulle gambe degli uomini. Non bastano le idee di Giano. Per rappresentarle degnamente e concretizzarle servirebbero persone come Giano. E non ne nascono di nuove ogni giorno.