L’Unar è la punta di un iceberg: il relativismo assoluto è il vero nemico
22 Febbraio 2017
Chi si occupa di scuola non avrà dimenticato di certo le pesanti lamentele dell’Unar del Settembre 2013: tra i relatori dei vari corsi di formazione nazionali, il Miur aveva escluso con improbabili pretesti le associazioni in difesa dei diritti Lgbt; il consenso informato per le famiglie predisposto dal ministero; i fondi stanziati non spesi; il portale nazionale Lgbt, costato 110mila euro al Comune di Torino, era ancora offline.
Fin da subito, dietro questo atteggiamento del Ministero, Unar e Lgbt immaginarono pressioni delle associazioni cattoliche pro famiglia tradizionale! Non sappiamo se le insinuazioni di allora fossero vere, ma proprio non si capisce cosa ci fosse di scandaloso in tutto ciò: per caso circola in incognito un “diritto di pressione” unilaterale Lgbt? La fantastica Strategia nazionale contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, promossa dall’Unar e dal dipartimento delle Pari opportunità (e adottata con decreto ministeriale nel 2013 su raccomandazione del Consiglio d’Europa), è finita sotto le grinfie delle Iene e come d’incanto tutti i progressisti arcobaleno/radical-liberal chic si sono ritrovati appena infastiditi – per un Volontariato non compreso – nel loro sonno della ragione in cui sono sprofondati da tempo. Per molti di loro la questione importante è che il fisco non incassa, quando sarebbe, anzi, un punto a favore, se non si trattasse della Spesa pubblica avvitata su se stessa.
In realtà, tutta la propaganda della Strategia/Piano nazionale (nel generale budget di 30mln per progetti territoriali di formazione) aveva nulla da temere da ministeri e governo, giacché la Legge Cirinnà è stata approvata con tutto il Family day a “premere” e la Buona scuola aggiungeva che “il piano rientra negli obiettivi del co. 16”.
La libertà di espressione è forte e ribelle: si è espressa – appunto – come ha potuto al primo referendum che è passato, essendo le elezioni un miraggio.
Forse non tutti sanno che il Comune di Torino ha il ruolo di coordinatore della Strategia, in quanto è già capofila della Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni contro le discriminazioni gender. Si legge chiaramente nelle dichiarazioni di questi inutili assessorati alle pari opportunità che la Strategia “serve per fornire contenuti e strumenti che poi possono essere replicati e diffusi ovunque, a qualsiasi livello”. Ebbene il “qualsiasi livello” sarebbe una rete capillare di rieducazione di massa che ha per asse l’Istruzione unica e sotto monopolio statale.
Eppure, già qualche anno fa si discuteva di Scuola Libera, di Libertà educativa, di Libertà di opinione, di uno sciopero bianco contro il gender nelle scuole (lanciato dal movimento Rete Liberale e pubblicato da “La Nuova Bussola Quotidiana”), delle Sentinelle in Piedi e di tanto altro. Nessuno dei progressisti in carriera e dei semplici adoratori statali scorgeva la profonda spinta illiberale già negli “innocui” opuscoli, prodotti dall’ufficio che faceva capo al Dipartimento per le Pari opportunità in collaborazione con l’Istituto Beck. Destinati agli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, ufficialmente gli opuscoli rientravano nei “percorsi innovativi di formazione e aggiornamento per dirigenti, docenti e alunni sulle materie antidiscriminatorie, con particolare focus sul tema Lgbt e sui temi del bullismo omofobico e trans fobico”.
Si invitavano gli insegnanti ad evitare “analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assume che l’eterosessualità sia l’orientamento normale)”. Quindi, non solo occorre insegnare a rispettare le persone con un differente orientamento sessuale (sacrosanto, ci mancherebbe!), ma bisogna anche imporre ai bambini che è normale che un bimbo abbia due mamme o due papà, facendo svolgere agli alunni degli esercizi come “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”
Attualmente circolano nelle scuole pubblicazioni assai più accattivanti nella grafica e ambigue nei contenuti, come” Cosa faremo da grandi?” di Irene Bienni con prefazione a cura dell’Unicef, guarda caso, e con un inserto che illustra il progetto Polite sul tema della parità nei testi scolastici. Non credo ci sia altro da aggiungere per chi vuol davvero comprendere, eccetto per gli alfieri de “il gender non esiste”, che per la verità hanno perso l’originaria verve.
Ora che un tal Spano si è dimesso dalla tal Agenzia Unar, chi ha a cuore la libertà si impegni attivamente nella direzione di riscoprire una politica che riconosca i temi “sensibili” – il rispetto della vita, famiglia e libertà di educazione -, come ulteriori spazi di battaglia per la libertà degli individui; ambiti erroneamente considerati solo in relazione al complesso rapporto con la Chiesa, lasciando così, sul piano dei principi il campo aperto a un relativismo assoluto che non ammette contestazioni!
La nostra battaglia di libertà è contro la nuova ideologia di stato che fa reato l’opinione secondo la quale la Famiglia “tradizionale” sia un’entità indispensabile per l’ecologia morale delle istituzioni democratiche e della tradizione liberale. Come scrive il teologo americano Michael Novak scomparso di recente, “Tra lo Stato onnipotente e l’individuo indifeso si profila la prima linea di resistenza contro il totalitarismo: la famiglia, indipendente sia economicamente che politicamente, che protegge lo spazio entro cui individui liberi e indipendenti possono ricevere la necessaria formazione”. Ognuno di noi può ben definirsi reazionario della libertà: reagiamo al conformismo, all’illiberale politically correct.