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L’immigrazione in Italia nel XXI secolo: il report del Centro Studi Machiavelli

Redazione di Redazione, in Attualità, del

La questione dell’immigrazione, soprattutto nel nostro Paese, è diventata il terreno sul quale i politici si sfidano, tema divisivo della nostra società, ago della bilancia che porta alla vittoria o alla sconfitta di un partito alle elezioni.
Il Centro Studi Machiavelli ha stilato un report su questo argomento fornendo al lettore cifre e statistiche che permettono di verificare i dati legati alle questioni della sicurezza e dei rifugiati anche rispetto alle altre nazioni europee.
Esiste una teoria economica su cui si fondano le politiche migratorie moderne che prevede vantaggi solo in un’economia priva di recessioni e solo nel caso in cui si riuscisse ad assorbire l’incremento di lavoratori costituito dagli immigrati. Teoria poco applicabile sia perché le recessioni avvengono con una cadenza regolare sia perché solo negli ultimi 20-25 anni i flussi migratori sono stati crescenti, considerando anche il fenomeno della migrazione a catena, la chain migration, costituita dai ricongiungimenti familiari.

Nello specifico, analizzando la situazione italiana nel 2015, la popolazione straniera legalmente residente in Italia corrispondeva all’8,3% pari all’8,9% del Pil nazionale, percentuali apparentemente positive, ma è davvero così? Rispetto alla teoria economica di base secondo cui l’immigrazione è una forma di arricchimento economico per l’Italia – e anche un aiuto per l’incremento demografico -, l’esperienza degli ultimi decenni ha rilevato alcune incongruenze. Formule semplicistiche come “gli immigrati ci pagheranno le pensioni” non corrispondono alla realtà perché con l’attuale sistema contributivo è assai improbabile che migliaia di stranieri decidano di lasciare l’Italia rinunciando così ai crediti maturati durante il loro periodo di attività lavorativa. I benefici per le casse dello Stato derivanti dall’immigrazione sono sovrastimati e non considerano i costi relativi alla sicurezza, aumentati soprattutto a seguito dell’incremento del terrorismo di matrice islamica. In sostanza, nella migliore delle ipotesi, l’immigrazione ha un impatto costi-benefici pari o vicino a zero per il bilancio dello Stato.

Dati alla mano è inoltre importante sottolineare il numero di persone che davvero può essere definito con lo status di rifugiato. Dalle 37.720 richieste d’asilo esaminate nel 2014, siamo passati alle 81.527 del 2017, la maggior parte non è avvenuta per ragioni umanitarie e sanitarie ma si tratta di “migranti economici” provenienti dall’Africa Sub-Sahariana. Per fronteggiare questo problema due professori dell’Università di Oxford, Alexander Betts e Paul Collier, hanno proposto un piano che parte dalla definizione di “rifugiato” inteso come la persona che ha bisogno di sicurezza stabilendo che tale status non crea un passaporto valido per la mobilità globale. Se la priorità è garantire sicurezza e prospettive di vita per il rifugiato, gli oneri devono essere suddivisi tra i paesi “ricchi” del mondo (che dovrebbero farsi carico dell’onere economico per intero) e i paesi in prossimità dei luoghi di crisi (quindi accogliendo i rifugiati, a spese dei paesi ricchi), oggi invece il 90% dei rifugiati sono concentrati in paesi “poveri”. Un altro punto del piano prevede la creazione di campi per rifugiati che funzionino come insediamenti con possibilità di sviluppare attività economiche, una soluzione totalmente diversa ma efficace sia dal punto di vista sociale che economico.

L’ultima questione, ma tra le più spinose trattate nel report, riguarda il tema della sicurezza e la preoccupazione per l’aumento di criminalità legato alla presenza di stranieri: la Fondazione Hume ha analizzato l’evoluzione storica del crimine in Italia concentrandosi su crimini di particolare gravità. Partendo dal 1988, anno in cui la percentuale di stranieri sul territorio italiano era inferiore al 2%, fino al 2015, in cui ha superato l’8%, dallo studio si evince una forte sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati. Un’ulteriore analisi di Confcommercio, pubblicata nel dicembre 2016 utilizzando i dati per il 2014, permette di distinguere tra i tassi di criminalità degli stranieri regolari rispetto a quelli irregolari arrivando al risultato che la propensione a delinquere degli irregolari è 57 volte quella degli italiani e quasi 29 volte rispetto a quella degli stranieri regolari. Vi è quindi una correlazione statistica tra immigrazione e criminalità, particolarmente grave per quanto riguarda gli stranieri irregolari.
Partendo da questi aspetti è facile comprendere perché l’immigrazione costituisca una preoccupazione per l’elettorato italiano: le società occidentali potrebbero aver raggiunto e in alcuni casi superato il limite massimo di “diversità” tollerabile. In conclusione, i flussi migratori dovrebbero essere controllati in modo da evitare la formazione di società parallele e per dare agli immigrati la possibilità di inserirsi nel tessuto sociale del Paese.

Raffaella Anna Indaco
Redazione

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