L’emigrazione “regolare” italiana

di Redazione
22 Dicembre 2020

L’odierno fenomeno migratorio diretto verso l’Italia è certo uno dei temi più delicati da approfondire: non sarà il tema di questo breve articolo. Qui si rifletterà su ciò che viene ripetuto ogni volta che una nave di migranti sbarca sulle nostre coste; una certa parte politica «ci» ricorda che “anche gli italiani sono stati migranti”, giustificando l’accoglienza irregolare di milioni di persone, attraverso “l’uso politico e strumentale della storia”. Come vedremo in passato “la nostra” emigrazione fu in realtà estremamente regolata. I dati storici evidenziano come alla fine del XIX° l’Italia fu interessata da forti flussi emigratori in particolare verso le Americhe. In questa 1a fase (1876-1900) la tendenza fu caratterizzata da fenomeni economici-sociali come la crisi economica, ma in realtà si tentò di regolarla con vari accordi politici «bilaterali» e dall’adozione di una vera politica migratoria dell’Italia liberale. La normativa di Crispi del 1888 riconobbe la libertà di emigrare, regolando il trasporto dei cosiddetti “Regnicoli” (spregiativo “del Regno d’Italia”), provenienti soprattutto dal Veneto e dal Friuli. La 2a fase (1900-1914) concise con la prima industrializzazione del Paese: il decollo industriale non assorbì l’eccedenza di manodopera che si rivolse all’estero, ma l’esodo fu regolato dalla L. del 1901 e da altri accordi internazionali, che prevedevano un Commissariato generale per la tutela dell’emigrazione (CGE) con compiti di trasporto, assistenza e tutela delle donne e fanciulli emigranti. L’emigrazione italiana extra-europea fu in quel periodo enorme: 8 milioni di persone tra il 1881 e il 1915. Nel 1882 gli Usa legiferarono il fenomeno sulla base della selezione individuale, escludendo i criminali, i mendicanti e gli “inetti” (termine spregiativo dell’epoca per indicare i portatori di handicap); la legislazione dal 1917 riguardò la misura indiretta dell’inclusione nel Consolidating Immigration Act, contro gli analfabeti. Lo scoppio della prima guerra mondiale bloccò i flussi migratori che tra il 1918 e il 1939 ripresero, dando vita alla 3a fase. Ciò si dovette a vari fattori politici: gli Stati Uniti decisero per motivi di sicurezza e di opportunità di regolare il flusso, frenando il fenomeno con una politica di «contingentamento»: il National Origin Plan del 1929 regolava la materia dell’assimilazione degli immigranti e dell’omogeneità futura della popolazione americana. Il fascismo dal canto suo per motivi di prestigio ed economici adottò una politica fortemente anti-emigratoria, investendo ingenti somme sullo sviluppo del lavoro nel paese. Le destinazioni europee furono preferite rispetto a quelle transoceaniche, in particolare la Francia e la Germania, dopo l’alleanza italo-tedesca. Dal 1919 l’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIT) si è occupata attraverso conferenze e accordi diplomatici di proporre norme di diritto per regolare il fenomeno come la relazione del 1938: «sul reclutamento, il collocamento e le condizioni di lavoro e sull’uguaglianza di trattamento dei lavoratori migranti» e da questa data il concetto è sempre stato comunque quello di «emigrante regolare». Dopo la seconda guerra mondiale si ebbe un nuovo periodo di forte emigrazione, diretta oltre che verso gli Usa, anche in direzione di altri paesi europei (Germania, Francia, Belgio, Olanda); la cosiddetta 4a fase (1945 – Anni 60) si caratterizzò per un’iniziale ripresa dell’emigrazione. Questa ondata migratoria interessò prevalentemente le regioni meridionali: l’emigrante era un Gastarbeiter, lavoratore ospite “regolare” che soggiornava nel paese di accoglienza solo il tempo necessario per il lavoro. La ripresa dell’emigrazione verso l’estero nel periodo postbellico si divise in una prima fase verso le mete transoceaniche, verso gli Usa e il Canada negli ‘50 – 60 verso l’Australia. La seconda come detto si orientò soprattutto verso i Paesi del Nord Europa nei quali l’economia favorevole creò nuove opportunità di lavoro. Il fenomeno si è notevolmente ridotto nei decenni successivi al 1970 per il generale miglioramento delle condizioni economico-sociali dell’Italia e per la difficile congiuntura economica internazionale del periodo che ha diminuito le possibilità di trovare lavoro nei paesi verso cui tradizionalmente si dirigeva l’emigrazione italiana. Si è calcolato che la perdita di popolazione netta nel periodo tra il 1880-1970 sia stata di circa 9 milioni di persone. In anni più recenti le direttrici furono quelle del Medio Oriente e dell’Africa, frutto di lavoratori, in genere non si trattava di nuclei familiari ma di uomini soli al servizio delle imprese industriali e operatori del terziario. Negli ultimi trenta anni il fenomeno ha riguardato lavoratori professionisti e laureati che non avendo opportunità di lavoro altamente qualificato in patria, hanno deciso di trasferirsi altrove, dando vita al non ben lieto fenomeno della «fuga dei cervelli». Il punto cruciale che voglio sottolineare è questo: il nostro Paese nel 1945 usciva sconfitto, umiliato e distrutto dal secondo conflitto mondiale. Non c’era carbone, legno, petrolio, ferro, ecc..: l’Italia Non possedeva risorse materiali e fonti energetiche per scaldare letteralmente «i propri figli». I nostri bambini morivano di freddo d’autunno e d’inverno e le famiglie non avevano di che scaldarli. Il governo di allora fece una serie di accordi diplomatici, aderendo nel 1952 alla CECA (Comunità Europa del Carbone e dell’Acciaio): in cambio di forza lavoro l’Italia avrebbe pagato a Olanda, Belgio, Germania, Francia, Austria e Svizzera una parte delle materie prime. La ricostituzione della direzione generale dell’emigrazione, alle dipendenze del ministero degli esteri, sottolineò questo chiaro indirizzo politico: all’interno il migrante veniva seguito e assistito nelle disponibilità dell’epoca. Quindi attraverso un accordo fra Stati i “nostri” emigrati diventarono lavoratori «regolari»: gli operai, i minatori, i taglialegna, gli estrattori di alcuni paesi stranieri. L’Italia durante la «ricostruzione» riuscì a salvare i propri bambini, «scaldandoli» e dopo quel difficile periodo la ripresa economica porterà al Boom economico e al successivo benessere del paese. Presto quei lavoratori, nonostante tragedie terribili come quella di Marcinelle del 1956, tornarono presto a casa, perché gli accordi erano temporanei e grazie al loro contributo l’Italia raggiunse in dieci anni il fabbisogno energetico. Vorrei sapere gli immigrati che si riversano senza ordine nel nostro paese, senza alcuna qualifica, competenza o qualsivoglia capacità, diretti da nessuna organizzazione internazionale, chi devono «scaldare»? Quando si dice “gli italiani erano immigrati”, bisognerebbe quindi conoscere e saper leggere la storia. Il fatto principale è che in Africa e nel Medio Oriente sono avvenuti eventi storici catastrofici. Le recenti guerre e le cosiddette «Primavere Arabe» (Tunisia, Egitto, Libia, Siria, ecc.) provocate dall’Occidente e in origine scatenate contro regimi oppressivi, hanno finito per distruggere o indebolire delle entità statali fondamentali. Mancando degli Stati con i quali fare accordi internazionali, sono mancate anche le condizioni per un flusso regolare di migranti. Tolto il problema umanitario che certamente non può che inorridire la pubblica opinione, non si può però non sottolineare la pericolosità del fenomeno dell’immigrazione irregolare che sta rendendo sempre più instabile il cosiddetto «patto sociale» del nostro Paese e sta alimentando conflitti tali che, se non ridimensionati nel breve e nel lungo periodo, potrebbero essere irrisolvibili.

Claudio Usai