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L’aumento della spesa militare italiana

Redazione di Redazione, in Attualità, del

Il 1 Febbraio, presso la Camera dei Deputati, è stato presentato il rapporto sulla spesa militare Mil€X 2018 e le considerazioni da fare sono due. La spesa militare italiana è, anche se di poco, in costante aumento e il 2018 è l’anno in cui, salvo alcune eccezioni, l’attenzione della politica estera italiana si è spostata dal Medio Oriente al Mar Mediterraneo.
Tra le missioni all’estero quelle che vedono una riduzione maggiore dello stanziamento sono proprio la missione in Afghanistan (-17% in un anno) e quella in Iraq (-4%). La parziale ritirata dall’Iraq è dovuta alla sconfitta territoriale dello stato islamico, mentre il disimpegno progressivo iniziato nel 2014, con la fine della missione ISAF, dall’Afghanistan non è di certo giustificato da una cessazione o diminuzione delle violenze. Anzi, nelle ultime settimane l’area di influenza del governo filoccidentale di Kabul si è ridotta ulteriormente a vantaggio dei Talebani e dopo questa ulteriore escalation gli alleati americani stanno valutando un ritorno in piene forze nel paese asiatico. E all’Italia, tra i più fedeli alleati statunitensi, sarà difficile dire di no ad una esplicita richiesta americana: quindi prepariamoci a vedere altri investimenti per la missione Resolute Support (che ha sostituto ISAF).
L’influenza dello Zio Sam è infatti ancora molto importante dal punto di vista militare in Italia, anche per quanto riguarda le spese vive: nel 2018 il ministero ha stanziato 520 milioni di euro per la gestione delle basi americane su territorio italiano e quasi 23 milioni di euro di costi relativi alla presenza di testate nucleari americani B-61.

Tornando alle missioni l’attenzione, come detto, si sposta nel bacino del mediterraneo e nel continente africano. Aumentano gli investimenti per la missione UNIFIL in Libano a guida italiana e le missioni nel mediterraneo per contrastare l’emergenza immigrazione sono tutte confermate. A livello africano, la missione umanitaria in Libia vede aumentare i suoi stanziamenti del 7%, superando così la quota di 50 milioni di euro, mentre la nuova missione antiterrorismo in Niger costerà altri 49 milioni nel solo 2018. La missione in Somalia prosegue con un investimento di 12 milioni di euro, gli stessi stanziati per il funzionamento dell’unica base militare italiana in territorio straniero, quella di Gibuti in Africa orientale. Oltre a queste missioni importanti sia dal punto di vista strategico, sia dal punto di vista militare ve ne sono di altre che comportano impegni minori e hanno una funzione diplomatica o di controllo dell’applicazione di trattati internazionali: la missione in Tunisia, l’impegno di 75 uomini in Egitto, l’impegno di altri 3 militari nella Repubblica Centrafricana e di altri due impegnati per la missione MINURSO in Marocco.

Ma siamo sicuri che cambiare la nostra politica estera in questo verso sia un vantaggio per noi? Non corriamo troppo. Il nostro paese negli ultimi anni, anche a causa delle scelte strategiche sbagliate di alcuni governi, ha abdicato alla propria funzione di protagonista della politica estera occidentale. La politica estera italiana aveva raggiunto nel 2001, con il vertice NATO di Pratica di Mare un risultato molto ambito: essere contemporaneamente amici degli Stati Uniti e della Russia, senza essere servo di nessuno. Dal 2001 molto è cambiato, a partire dall’intervento militare in Libia che ha segnato un punto di non ritorno per la nostra politica estera e che da quel momento si è inspiegabilmente prostrata alle logiche e agli interessi francesi: la vicenda Fincantieri-Stx ne è un esempio ed è importante ricordare che la missione antiterrorismo in Niger, seppur con intenti nobili, ha come effetto, nemmeno troppo secondario, di tutelare gli interessi economici francesi. Anche a livello europeo l’Italia deve capire che con la Brexit ha perso il più euroscettico tra gli alleati e che la Germania e la Francia non hanno alcuna intenzione di condividere il posto in prima fila. Sono stati molti i tentativi negli ultimi anni che l’Italia ha messo in atto per trasformare il duo franco-tedesco in un trio. Ma sono falliti e riprovarci è sbagliato, o meglio, inutile. L’Italia deve guardare dove nel passato non ha mai fatto: deve cercare una solida alleanza con la penisola iberica (e quando risolverà i suoi problemi economici anche con la Grecia) che condivide la preoccupazione per l’instabilità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e deve porsi come intermediario tra gli “integralisti europei” (francesi e tedeschi) e il sempre più euroscettico Gruppo di Visegrad con cui, ad oggi, condividiamo la preoccupazione di un’Europa sempre più burocratica ed economica e sempre meno politica e democratica.

Alcuni segnali positivi comunque ci sono, anche se sono circoscritti. La missione in Libia e i tentativi di stabilire un dialogo con i villaggi nel sud del paese nordafricano sono un chiara presa di posizione dell’Italia, che vuole essere presente durante il processo di pacificazione dell’ex-colonia africana.
Un primo cambio di passo che ha l’obiettivo di rendere protagonista l’Italia nelle future scelte dei paesi più vicini a casa nostra. Dobbiamo avere il coraggio di imporci e di dire la nostra più spesso, senza pretese o neocolonialismi, ma seguendo una chiara linea in politica estera che faccia, finalmente, i nostri interessi nazionali.

Michele Schiavi
Redazione

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Nazione Futura è un magazine online di informazione politico-culturale.

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