La Venezia devastata e i miliardi buttati al vento per il Mose

di Redazione
13 Novembre 2019

“Quella che le succedette, simile a lei nell’assoluta perfezione del bello, per quanto fosse minore la durata del suo dominio, giace ancora dinanzi ai nostri sguardi nel periodo finale della decadenza: un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, cos’ immobile, così spoglio di tutto, tranne la proprio grazia, che quando ne osserviamo il languido riflesso sulla laguna, ci chiediamo quasi fosse un miraggio quale sia la città, quale l’ombra.

Vorrei tentar di tracciare le linee di questa immagine prima che vada perduta per sempre, e di raccogliere, per quanto mi sia possibile, il monito che proviene da ognuna delle onde che battono inesorabili, simili ai rintocchi della campana a morto contro le LE PIETRE DI VENEZIA”.

Così lo scrittore e pittore britannico John Ruskin nella prima metà dell’‘800 descriveva la bellezza e la fragilità di Venezia in una delle sue opere più celebri: “Le pietre di Venezia”. Parole attuali di uno scrittore vissuto quasi 170 anni fa e che si potrebbero interpretare ancora come un monito per il declino morale e fisico di una città unica al mondo.

Il 4 novembre 1966, Venezia è sopravvissuta ad una delle giornate più angoscianti della sua storia, la marea infatti salì fino a 194 cm. Mai fino a quel momento si erano verificate (o perlomeno registrate) simili altezze. Un fenomeno che impaurì i veneziani, soliti a convivere da sempre con il fenomeno dell’acqua alta. Dopo quello straordinario evento, in laguna si verificarono altre alluvioni di minore entità che, nonostante ciò, imposero una riflessione e un conseguente intervento sulla rischiosa esposizione di Venezia agli impeti del mare e ai suoi forti cambiamenti nel tempo.

Oggi 13 novembre 2019 la terribile giornata del ’66 non sembra più un lontano ricordo. Ieri notte la marea ha toccato i 187 cm. Forti raffiche di vento di oltre 100 km/h si sono abbattute sulla città, spingendo l’acqua oltre le fondamenta e incanalandola tra le calli, facendole somigliare a torrenti in piena. Stamane, quando l’acqua si è lentamente ritirata, si è lasciata alle spalle uno scenario disastroso.

Sia chiaro, per i monumenti veneziani non è certo la prima volta, conoscono bene le amare conseguenze delle acque alte; come la Basilica di S. Marco che rischia di perdere ancora una volta i suoi mosaici dorati messi a dura prova dalla salsedine che risale lungo le pareti. Per non parlare della vita dei veneziani, delle loro case e dei loro negozi, devastati nuovamente dalle intemperie.

La domanda allora sorge spontanea: era possibile prevenire più efficacemente i danni? È possibile che Venezia sembra essere rimasta ferma al 1966 e impotente come allora?

Dopo gli antichi muri in pietra d’Istria dei Murazzi fino alla mastodontica e dispendiosa opera d’ingegneria del Mose – che giace inattiva sotto i fondali lagunari – come possiamo tutelare una delle città più belle e allo stesso fragili del mondo senza che si consumi un’altra tragedia?

Ebbene sì, tragedia, come disse anche Indro Montanelli: “Una tragedia di morte, non più lenta ma anzi direi galoppante, incombe su Venezia[…] perché quello che succede a Venezia non è soltanto la fine di un patrimonio monumentale e artistico di un documento di civiltà unico del mondo[…] è anche un autentico attentato al nostro rango di popolo colto e civile”.

Nicole Pezzato