Indagine Ocse: l’analfabetismo funzionale colpisce metà degli italiani

di Gennaro Malgieri
27 Ottobre 2016

L’Italia è la Repubblica degli asini. Diciamo meglio: degli analfabeti funzionali e degli analfabeti strutturali. La classificazione non è il frutto di inchieste giornalistiche parziali, faziose o infondate. È la fotografia che un organismo internazionale di indiscutibile affidabilità ha fatto dello stato di conoscenza degli italiani. Secondo l’Ocse, che nei giorni scorsi ha divulgato dati sconcertanti sull’alfabetizzazione nel nostro Paese, il 47% degli italiani ha una mera capacità di analisi elementare. Il che vuol dire che non è in grado di rapportarsi alla complessità dei fenomeni sociali, politici, culturali, civili e religiosi ma che da essi riesce a tirar fuori soltanto una comprensione approssimativa. È quello che antropologi e linguisti definiscono “analfabetismo funzionale”. L’Italia, tra i Paesi europei, è al vertice di questa classifica.

L’Ocse aggiunge poi che l’analfabetismo funzionale definisce l’incapacità di una persona di leggere, scrivere e fare di calcolo in maniera elementare ed ordinaria, ma è anche in grado di scrivere il proprio nome, utilizzare scrittura e calcolo nella quotidianità. Un analfabeta è anche una persona che sa scrivere il proprio nome, fruire di Facebook, ma non è idoneo a “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Insomma, riesce a fare cose banalissime, ma non a capire un articolo di giornale, a riassumere un testo, men che meno ad appassionarsi a qualsivoglia forma artistica. Si limita, insomma, a rapportarsi a ciò che concerne la sua vita elementare, ai bisogni e ai desideri suggeriti dagli impulsi primari.

L’analfabetismo strutturale, invece, ben più grave, risulta essere intorno al 33%, del quale il 5% è costituito da coloro che non riescono a distinguere il significato di una lettera dell’alfabeto dall’altra. Il 28% riesce a leggere parole semplici, ma non sempre è in grado di metterle insieme in una frase corretta.

Il linguista Tullio De Mauro (già ministro della Pubblica Istruzione), ha commentato in una intervista al Fatto quotidiano i dati dell’Ocse. Tra l’altro ha precisato che gli analfabeti funzionali pur riuscendo a leggere, scrivere e comprendere periodi semplici “si perdono appena nel periodo compare una subordinata o più subordinate. E uguale difficoltà mostrano quando le operazioni aritmetiche si fanno appena più complicate della semplice addizione e sottrazione”. E spaventosamente aggiunge che è in atto “un processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante”. Ciò vuol dire che il peggio deve ancora venire.

In estrema sintesi, dall’inchiesta Ocse viene fuori un’Italia estremamente ignorante dove solo un misero 3,3% degli adulti raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 – i più alti – contro l’11,8% della media dei ventiquattro paesi presi in esame ed il 22,6% del Giappone, il paese in testa alla classifica. Il 26,4% raggiunge il livello 3 di competenza linguistica, mentre il 27,7% degli adulti italiani possiede competenze linguistiche di livello 1 o inferiore, contro solo il 15,5% della media dei paesi considerati. Per quanto riguarda le competenze matematiche, solo il 4,5% degli adulti italiani ha competenze di livello 4 o 5; il 24,4% ottiene il livello 3, mentre il 32% degli italiani ha competenze di livello 1 o inferiore, contro solo il 19% della media dei 24 paesi.

Un quadro desolante e preoccupante. Il frutto di decenni della decantata “scolarizzazione di massa” non accompagnata ad una qualità dell’insegnamento quale pure abbiamo conosciuto in Italia nella prima metà del secolo scorso e praticamente fino agli anni Sessanta quando l’ubriacatura egalitaria ha contagiato soprattutto la pubblica istruzione. L’abbandono della cultura umanistica ed il pessimo approccio a quella scientifica hanno ridotto il sapere in Italia nelle condizioni che ora emergono. I mancati investimenti nella formazione scolastica, universitaria e nella ricerca scientifica penalizzano non soltanto le giovani generazioni, ma tutto il sistema-Paese che, a conti fatti, non vale molto, a parte alcuni centri di eccellenza che non dovrebbero costituire delle eccezioni, ma la regola.

Ci chiediamo come da un contesto di ignoranza siffatto possa venir fuori una classe dirigente consapevole e all’altezza dei tempi. Ed inquieti vediamo precipitare negli ultimi posti di un’altra classifica i consumi culturali, a cominciare da quelli editoriali. Si ha un bel daffare con mostre e saloni del libro, ma ormai sono più coloro che scrivono che quanti leggono. Le vendite dei giornali sono precipitate ai minimi termini, e non solo per responsabilità di Internet (è un alibi che non regge: si veda il Giappone, tanto per fare un esempio, o i più prossimi paesi scandinavi); la qualità degli approfondimenti televisivi è sotto gli occhi di tutti e le percentuali di chi passa le serate guardando i talk show sono miserrime. Si confronti poi la mole di mostre allestite in Italia con quelle che offrono città come Parigi, Londra e New York: c’è da rabbrividire. Da quando a Roma non si celebra un evento culturale di rilievo internazionale?

L’elenco potrebbe continuare. Ma sarebbe tempo perso. Eloquenti sono i dati dell’Ocse. E tanto basta. Curioso, comunque, che non un membro del governo li abbia commentati. Ma si sa, alla classe politica bastano centoquaranta caratteri per manifestare la sua esistenza in vita: un pensiero lungo abbastanza per qualcuno…