Con gli scontri a Bologna e Genova sembrano tornati gli anni ’70
14 Febbraio 2017
Due episodi nell’ultima settimana hanno animato la vita politica di “piazza”: gli scontri alla facoltà di Lettere di Bologna e quelli per il convegno aperto alle formazioni della destra radicale a Genova. I fatti di Bologna riguardano la decisione da parte della dirigenza universitaria di inserire i tornelli per verificare l’ingresso degli studenti nella biblioteca. A questo provvedimento i collettivi studenteschi e i movimenti hanno reagito invocando il diritto allo studio e ingaggiando il solito duello con le forze dell’ordine. A Genova invece Forza Nuova ha indetto un convegno aperto ai movimenti di destra e questo fatto ha mobilitato l’ANPI, la sinistra radicale e tutte quelle forze che si definiscono anti-fasciste e che poi si sono scontrate con la polizia.
In entrambi i casi è molto evidente il gioco delle parti in atto al quale “abboccano” in modo inconsapevole o meno i due schieramenti opposti. Sulla scuola la pratica di mettere una parte degli studenti contro l’altra è ormai acclarata dal ’68 e si intreccia con le pratiche dell’antifascismo che invece si rifanno alla lotta partigiana. Nel ’68 la spaccatura nacque proprio a Valle Giulia dove inizialmente gli studenti di destra di Avanguardia Nazionale, Primula Goliardica e del FUAN-la Caravella erano uniti a quelli di sinistra. L’occupazione della facoltà di Architettura da parte dell’MSI determinò poi la spaccatura del fronte. Questo fronte si dividerà e si ricomporrà diverse volte nel corso della storia dei movimenti anti-sistema come con la Jeune Europe, col Fronte Europeo Rivoluzionario o con Costruiamo l’Azione. In altri casi poi le parti studentesche lottano tra loro, esempio con gli studenti delle scuole pubbliche contrapposti a quelli delle scuole private. Mentre si partecipa a questo “gioco” le riforme scolastiche, quelle davvero contro il diritto allo studio, vanno avanti.
Le pratiche di anti-fascismo militante invece cominciano proprio a Genova con il congresso dell’MSI del 1960, annullato in seguito agli scontri di piazza. Certo allora era ancora viva la memoria del ’43/’45 e quindi più che comprensibile l’atteggiamento delle due parti in lotta. Oggi la cosa ha invece scarso senso storico visto che siamo in assenza di fascismo, e presenta aspetti dubbi come la solita autorizzazione a manifestare lo stesso giorno per le due parti. Lasciando alla storia le considerazioni sul fascismo in Italia, oggi il totalitarismo da combattere è quello bancario e le sue diramazioni di potere che hanno il centro nelle élite finanziarie, nelle lobby come il Bilderberg, nel main-stream comunicativo e nelle multinazionali tecnologico-informatiche. È contro questi cha vanno volti gli sforzi di auto-determinazione dei popoli. Nessun “regime” degli anni ’30 si sarebbe sognato di piazzare nelle tasche di ogni persona uno Smartphone, pure ci sarebbe stato qualche dissidente.
Sempre a riguardo la Germania sta facendo con l’Euro quello che Hitler non è riuscito a fare con i carri armati e ancora, l’Americanismo, attraverso TV, media e “cultura” attanaglia le coscienze meglio rispetto alla paura del bolscevismo durante la guerra fredda. In quest’ottica le parti contrapposte reali sono da un lato il capitale borsistico-finanziario e le sue sovra-strutture, dall’altro i popoli bisognosi di sovranità democratica, nazionale e comunitaria. Se da un lato le parti in causa sono volutamente contrapposte in base alle logiche strategiche degli “opposti estremismi” e a quelle che risalgono all’operazione Stay-behind della CIA (Gladio), dall’altro i popoli iniziano a far proprie le lezioni storiche del superamento del dualismo sinistra–destra e di tutte le forme da esso derivate. Il divide et impera, un gioco antico e soggiogante nella sua stessa definizione etimologica, è un metodo che si affida ad “allocchi” per essere perpetrato ma che si ripete costantemente anche se in forme diverse e diversificate.