Abbiamo distrutto la nostra scuola che era un’eccellenza

di Redazione
27 Dicembre 2019

Non è certo per fare l’esibizionista, cantar fuori dal coro, épater les bourgeoises che dico che la stimo finalmente, ministro Fioramonti. Non perché si sia dimesso in sé e per sé, né tanto meno perché non condividessi alcune sue battaglie sul crocifisso o le sue manie, per me ossessivo compulsive, in tema di ambiente, ma per la ragione sostanziale per cui lo ha fatto: non ha avuto quanto chiesto, pur avendo chiesto il minimo del minimo. Aveva chiesto tre miliardi per la scuola, un’inezia. Gliene hanno dati meno della metà. Altri prima di lui avevano calcolato in ventiquattro miliardi la cifra necessaria per rimediare a trent’anni di degrado nelle strutture scolastiche.Tanti si chiedono ora se fosse veramente un ingenuo o un utopista. Credo di sì. E questo me la rende un po’ simpatico adesso che ho letto la sua lettera di dimissioni e la motivazione delle ragioni di un gesto che non passerà inosservato, compiuto il giorno di Natale, subito dopo l’approvazione della manovra, alla vigilia di un confronto elettorale in Emilia Romagna che potrebbe essere storico, in un momento di crisi del movimento politico di cui lei fa parte, forse ancora per poco. Abbiamo sfasciato la nostra scuola. Ce la invidiavano in tanti. Abbiamo introdotto le ragioni del marketing là dove mai sarebbero dovute entrare. Abbiamo trasformato i dirigenti in burocrati ossessionati dalla sicurezza e da mille altre quisquilie amministrative, mentre all’esame di stato arrivano studenti che non riescono a comporre un periodo corretto. Abbiamo ridotto lo studio del latino e del greco, di Virgilio e Sofocle, a didattica a fumetti perché lo chiede il mercato. Abbiamo organizzato open day in cui si presentano progetti di teatro, fotografia, cinema, quando ai test che contano per l’accesso all’università gli studenti prendono sonore botte nei denti, perché non sanno la chimica, la fisica, la matematica. Eh, non si può parlare delle verifiche di matematica in un open day… Ma la cosa più grave è che noi italiani ci siamo lamentati della nostra scuola. Abbiamo dato la colpa agli insegnanti fannulloni, privilegiati pieni di tempo libero. Abbiamo continuato a pagare in nero l’operaio che ci ripara le tapparelle, ma anche il medico o l’avvocato, senza pensare che, chissà, se tutti lo avessimo pagato sempre in regola, forse anche la scuola sarebbe stata migliore. Ci lamentiamo sempre, noi italiani. Ma quando si tratta di contribuire per il bene dello stato abbiamo sempre il nostro particolare da mettere davanti. Siamo ancora mercanti di bassa lega, come sempre nella storia siamo stati. La scuola pubblica ha un prezzo alto, se la vogliamo efficiente. Gli insegnanti sono i peggio pagati tra quelli dell’Unione europea. Le scuole vengono giù a pezzi. Le risorse costringono a raschiare il barile per ogni iniziativa, per ogni attività. I giovani docenti sono costretti a spostamenti in regioni dove non sopportano il costo della vita. Ma gli italiani si lamentano della scuola che non funziona, anziché premiare quei docenti in prima linea che devono fronteggiare cambiamenti sociali epocali, studenti e famiglie aggressive e pretenziose, docenti che non hanno armi per tenere la disciplina, che non possono usare il valore educativo del voto, che devono rendere conto anche del gesso che usano e che sono assillati dalle scadenze della burocrazia e ridotti a impiegati, compilatori di tabelle, senza la preparazione per esserlo, anzi schifati da quello che devono fare e dalle ore di tempo inutilmente sacrificate allo studio e alla lettura, per redigere documenti altrettanto inutili.
Caro ministro, da uomo schierato lontano da lei, la rispetto per il suo gesto e, sì, me lo permetta, anche per la sua utopia; e le dico qual è la mia utopia. Vorrei una scuola allegra e alacre, dove studiare sia un gioco, dove imparare una gioia, dove la bravura di un docente sia misurata su cosa e quanto legge, su cosa e quanto lascia nell’anima e nello spirito, nel cuore e nella mente dei suoi studenti, e non su quante tabelle compila. Vorrei una scuola in cui al centro di tutto sia il sapere in tutte le sue forme, la conoscenza in tutte le sue linee di pensiero, la didattica con tutti i suoi metodi, la formazione dei docenti mirata alla bellezza dei contenuti da tramandare, non alle manie di una burocrazia che finisce per stremarli, stressarli, stroncarli, demotivarli. Vorrei una scuola in cui un docente cinquantenne non si senta superato, ma possa recitare il ruolo che gli dovrebbe competere, quello di maestro bravo non foss’altro perché almeno più esperto, in cui un docente neolaureato possa vedere nei più anziani una guida sagace, in cui gli studenti alla fine dell’anno ringrazino i loro insegnanti, in cui gli studenti che vogliono tornare a salutare i loro docenti non siano perquisiti come criminali all’ingresso delle scuole, ma accolti con il sorriso. Succede qualche volta, caro ministro, quello che ho scritto, ma sempre meno. Questa scuola dei sogni da qualche parte esiste ancora, ma è in estinzione, uccisa dalle tabelle e dalla burocrazia.
Caro ministro, la pensiamo diversamente su tante cose, ma non sui principi. Le do un consiglio: lasci la politica. Lei ha voluto fare in alto loco quello che io ho fatto nella mia modesta bassa grassa provincia padana: si è messo in politica in un momento in cui tale scelta non viene operata dai ragazzi migliori, come quando ero studente io, ma il più spesso da ragazzi che cercano una via di scampo, un’ultima spiaggia, un ambiente in cui dando qualcosa per un po’ di tempo, facendo banchetti, attaccando manifesti, pagando una tessera, “chissà, forse un giorno potrò fare il bigliettaio del teatro comunale della mia città”: del resto, piutòst che gnît, l’è sempar mej piotòst, si dice dalle mie parti, in Romagna. Lei sa, caro ministro, che è così. La politica non si fa sui contenuti che contano; si fa sugli slogan che prendono la pancia; la politica non si fa con i titoli universitari e con l’uso corretto e attento della lingua, che lei ha, ma ostentando pubblicamente ignoranza con accento da mercato rionale, sia a destra che a sinistra. La politica non si fa scegliendo e candidando le persone più preparate e guardando al futuro con lungimiranza, ma mandando avanti soltanto chi ti può far vincere un seggio in più in un consiglio comunale per i prossimi quattro o cinque anni. Lei lo sa. Lo dovrebbe sapere bene. Perciò, caro ministro, la domanda che mi resta da farle è soltanto questa: ma chi gliel’ha fatto fare?

Stefano Tramonti