Il sogno social-conservatore di Spengler e la profezia sul nazismo

di Gennaro Malgieri
25 Ottobre 2016

(Segue da parte 2) Il tramonto dell’Occidente ebbe un grandissimo successo: la Germania umiliata dal Trattato di Versailles (1919) e la depressione economica del 1923, alimentata dall’iperinflazione, davano ragione a Spengler. Per i tedeschi le tesi contenute nella sua opera corrispondevano al loro sentire: grazie ad esse il crollo della Germania aveva un senso, diventava comprensibile. Il tramonto ebbe un successo enorme anche fuori dai confini nazionali, tradotto in molte lingue, accese un dibattito continentale. Spengler, ormai famoso, rifiutò comunque la cattedra di filosofia offertagli dall’università di Gottinga per concentrarsi sulla scrittura e lo studio.

Il tramonto accese opinioni contrastanti. Per Thomas Mann era come leggere Arthur Schopenhauer per la prima volta; per Max Weber Spengler era un “dilettante molto ingegnoso e colto”; Ludwig Wittgenstein ne condivideva il pessimismo culturale. In Italia, Benedetto Croce, attendo alle evoluzioni del pensiero tedesco, poco elegantemente consigliò i lettori di Spengler di “fare gli scongiuri” prima di prendere in mano la sua opera.

Nel 1928, dieci anni dopo la pubblicazione del primo volume, la rivista americana “Time” pubblicò una recensione del solo secondo volume del Il tramonto dell’Occidente. Descriveva l’immensa influenza delle idee di Spengler e il dibattito che aveva suscitato: “Quando il primo volume de Il tramonto dell’Occidente uscì alcuni anni fa, furono vendute migliaia di copie. Il dibattito colto in Europa presto si concentrò sulle tesi di Spengler. Lo spenglerismo ‘contagiava’ innumerevoli intellettuali”, alcuni dei quali non esitarono a dichiararsi discepoli dello studioso, come Richard Korherr, autore del famoso saggio Regresso delle nascite, morte dei popoli, sulla decrescita demografica adottato dalla cultura italiana del tempo e pubblicato con le prefazioni di Mussolini e Spengler.

Nel secondo volume, Spengler sosteneva che il socialismo tedesco era altra cosa rispetto al marxismo – un saggio al riguardo lo intitolò Prussianesimo e socialismo – e che era compatibile con il tradizionale conservatorismo tedesco. Nel 1924, in seguito alle agitazioni politico-sociali e all’inflazione, Spengler cercò di influenzare, senza riuscirci, il tentativo nazional-conservatore di portare al potere il generale della Reichswehr Hans von Seeckt. Nel 1931 pubblicò L’Uomo e la tecnica, che metteva in guardia contro i pericoli della tecnologia, tema su cui si sarebbe esercitato Martin Heidegger insieme con molti altri pensatori della Rivoluzione conservatrice, e dell’industrialismo onnivoro. In particolare puntava il dito contro la tendenza della tecnologia occidentale a diffondersi tra le “razze di colore” nemiche, che poi avrebbero preso le armi contro l’Occidente.

Spengler si avvicinava così agli “anni decisivi”.

Nel 1932 Spengler non votò per Hindenburg ma per Hitler, anche se lo giudicava volgare. Lo incontrò nel 1933 e dopo una lunga discussione con lui, disse che la Germania non aveva bisogno di un “tenore eroico (“Heldentenor”, tenore drammatico), ma di un vero eroe (“Held”)”. Ed oltre a criticare le tesi razziste di Alfredo Rosenberg, rifiutò l’invito di Joseph Goebbels, perora rato anche dalla sorella di Nietzsche, Elisabeth, di tenere discorsi alla gioventù tedesca. Tuttavia nel 1933 Spengler venne chiamato a far parte dell’Accademia di Germania. E scrisse Anni decisivi, accolto malissimo negli ambienti nazionalsocialisti, ma esaltato in Italia da Benito Mussolini che ne promosse la traduzione effettuata da Vittorio Beonio Brocchieri. È il libro più politico di Spengler nel quale la critica al liberalismo si accompagna alla critica spietata al razzismo biologico e all’antisemitismo.

Il libro, che contribuì a consolidare la sua fama, gli procurò altri nemici: in tre mesi furono vendute centomila copie del volume, ma ciò non impedì che da alcuni ambienti nazisti si levassero contro Spengler accuse assai vili per alcune allusioni sulla recente presa di potere di Hitler. Al contrario, in Italia, Benito Mussolini accolse con entusiasmo l’uscita di Jahre der Entscheidung segnalandolo attraverso le colonne del “Popolo d’Italia” e commissionandone la traduzione. Alle infamanti menzogne propagandistiche, Spengler non replicò. I suoi pensieri navigavano verso mondi lontani, distanti dalle contingenze, in un estuario post-politico. Erano volti alla preistoria, alla riscoperta della tradizione primordiale dell’uomo europeo per il quale ed intorno al quale avrebbe voluto elaborare una compiuta filosofia. Le Urfragenen, il lascito raccolto dall’amico Anton Koktanek, rivelano tale intenzione. E intanto, in Anni decisivi, ammoniva sul tempo nuovo che sarebbe venuto, sull'”èra fatale” che si stava preparando: la rivoluzione mondiale bianca, la rivoluzione mondiale di colore, l’avvento dei “nuovi Cesari”, il tutto “nutrito” dagli “ideali deboli”, vale a dire l’ideologia e la religione delle lacrime. Un testo di grande forza evocativa e di straordinaria analisi interpretiva che non poteva piacere a piccoli propagandisti spacciatici per “filosofi” come Alfred Baumler, alle cui intemperanze nei confronti di Spengler (qualcuno le chiamò minacce) si deve forse una concausa che crisi cardiaca che uccise lo studioso, come venne ipotizzato da qualcuno all’epoca.

Spengler trascorse i suoi ultimi anni a Monaco, ascoltando Beethoven, leggendo Molière e Shakespeare, collezionando libri e antiche armi turche e persiane e indù. Di tanto in tanto tornava a casa, sui monti Harz, ed effettuava viaggi in Italia dove i suoi estimatori erano numerosi, non solo Mussolini, ma anche Julius Evola che tradusse per la prima volta, per Longanesi, Il tramonto dell’Occidente.

Poco prima della sua morte, in una lettera a un amico, scrisse che “probabilmente il Reich Germanico tra dieci anni non esisterà più”. Aveva visto più lontano degli altri, al culmine di un delirio nazionale che si nutriva di illusioni.

Ottant’anni dopo l’infarto che stroncò Spengler, se la bruciante attualità del Tramonto dell’Occidente e le sue analisi storico-politiche non possono lasciarci indifferenti, le condizioni in cui la cultura politica contemporanea opera ci lascia sgomenti. Come si fa a trastullarsi con tematiche da laboratorio, tra happy end a buon mercato e prepotenze di fellah irresponsabili ed assetati di dominio, mentre una civiltà, la civiltà occidentale, sta finendo i suoi giorni nelle fiamme alimentate da inutili parole senza idee?

A questo interrogativo Spengler avrebbe risposto con la frase del suo libro profetico, tratta dalle Epistole a Lucilio di Lucio Anneo Seneca: Ducunt fata volentem, nolentem trahunt (Il fato guida chi vuole lasciarsi guidare e trascina chi non vuole).