Ottantant’anni fa moriva Oswald Spengler, il profeta del declino

di Gennaro Malgieri
20 Ottobre 2016

È passato pressoché sotto silenzio l’anniversario della morte di Oswald Spengler. A parte alcune eccezioni, quasi nessuno se n’è occupato. Ed è piuttosto bizzarro se si considera che, negli ultimi decenni, a fronte della crisi dell’Occidente, è diventato uno degli autori più citati anche se non tra i più indagati. Continuano le rimasticature sulle sue opere e l’afflizione che qualcuno ancora ritiene di doverci ammannire riguarda il disperato tentativo spengleriano di accreditare un “tramonto” che non è mai avvenuto. L’anno che poteva essere propizio alla riapertura di una riflessione sull’opera del pensatore tedesco, si chiude, per fortuna, con la ripubblicazione de L’uomo e la tecnica, saggio apparso nel 1932, in edizione tedesca, composto sulla base di una conferenza tenuta l’anno precedente. Lo ha pubblicato, nella consueta elegante veste grafica, l’editore Nino Aragno, con una prefazione di Giuseppe Raciti originalmente intitolata Like a Rolling Stone, una “suggestione” spengleriana comunque, ripresa dallo stesso testo: “La pietra rotolante si appressa, con furiosi sbalzi, all’abisso”. È la fine di un’epoca: preconizza l’avvento della civiltà della tecnica, anticipando Heidegger e Jünger, che non coincide con l’avvento della decadenza, ma con un rapporto nuovo dell'”animale da preda”, cioè l’uomo, con gli strumenti dei quali si serve per sottomettere al suo volere la Natura, la quale, ovviamente, ha le sue ragioni per opporsi alle distorsioni della tecnica stessa.

L’8 maggio del 1936, all’età di cinquantasei anni ed al culmine della sua fama, Oswald Spengler si spegneva a Monaco di Baviera, sua città di elezione dove viveva nella solitaria osservazione di un mondo che si disfaceva davanti ai propri occhi. Contemplativo e vigile componendo opere che ruotavano inevitabilmente attorno alla sua morfologia della storia la quale, a ottant’anni dalla sua scomparsa (anniversario ignorato da tutti), ancora ci appare come il compendio della decadenza europea ed occidentale. È facile dire oggi che fu una sorta di “profeta”, tanto per abbandonarlo al suo destino. Molto più verosimilmente bisognerebbe riconsiderarlo come il più lucido analista del Novecento, non soltanto dal punto di vista filosofico ma anche – e soprattutto – per la visione politica che dalla sua morfologia discendeva. Ottant’anni sono volati via con la velocità della luce. Ma non si può dire che le idee di Spengler non si siano depositate sui destini della nostra epoca rendendoli decifrabili a chi ha voluto soffermarsi sul tramonto di una civiltà che oggi nessuno più contesta anche senza conoscere chi l’aveva preconizzata è descritta.

Oswald Spengler, primo di quattro figli, ed unico maschio, nasce a Blankenburg am Harz il 29 marzo 1980. Nel piccolo, ma suggestivo libro A me stesso, pubblicato da Adelphi, racconta la sua formazione e lascia intravedere il percorso che avrebbe intrapreso partendo da quella sua famiglia conservatrice e piccolo borghese. Di carattere riservato; con il passare del tempo si appassionò alla lettura, alla quale, oltre la scrittura, dedicò praticamente tutta la sua vita nonostante fosse di salute cagionevole, afflitto da continue emicranie (come l’amato Nietzsche) e devastato da un’ansia che probabilmente fu una delle cause principali della sua morte precoce.

Quando aveva dieci anni la famiglia si trasferì ad Halle dove Spengler compì gli studi classici, appassionandosi oltre che al greco e al latino, alla matematica ed alla storia dell’arte, ma soprattutto alle opere di Goethe e di Nietzsche che furono le stelle polari della sua esistenza. Frequentò le università di Monaco, Berlino, oltre che di Halle seguendo corsi di storia, filosofia, matematica, scienze naturali, letteratura, la musica e belle arti. Si spiega così la sua formazione “enciclopedica” che lo impose all’ammirazione come uno degli uomini più colti della sua epoca. La tesi su Eraclito, che gli procurò nel 1903 la bocciatura all’esame di dottorato, sarebbe stata apprezzata dopo essere divenuto famoso (la traduzione italiana è stata pubblicata dalle edizioni Settimo Sigillo); l’incidente gli rese impossibile l’avvio della carriera accademica, ma nel 1904 ottenne il dottorato che l’anno successivo venne turbato al primo esaurimento nervoso.

Insegnò per un breve periodo a Saarbrücken e a Düsseldorf. Dal 1908 al 1911 tenne la cattedra di scienze, storia tedesca e matematica nel Realgymnasium di Amburgo e nel 1911, dopo la morte della madre, si trasferì a Monaco, dove sarebbe vissuto fino alla sua morte. Viveva una vita da studioso solitario, con i mezzi provenienti dalla sua modesta eredità. Si sosteneva economicamente anche impartendo lezioni private o scrivendo per i giornali, esauritisi i diritti d’autore derivanti dal cospicuo successo della sua opera maggiore: Il Tramonto dell’Occidente.

[1° puntata – Segue]