Un piano di rilancio per l’ILVA nel dossier di Nazione Futura
4 Dicembre 2020
Nel 1961, la fusione tra le due società leader in Italia, l’ILVA e la Cornigliano, inaugurava un processo di aggregazioni che durerà per tutto il decennio e che porterà l’Italsider a diventare come la maggior azienda siderurgica italiana e fra le prime in Europa.
La denominazione ILVA fu riproposta nel 1988quando Italsider e Finsider furono messi in liquidazione e, nel 1995, il grande polo siderurgico di Taranto insieme agli altri siti passò al Gruppo della famiglia Riva. A seguito dell’inchiesta del 2012, lo Stato avviò la procedura di commissariamento dell’azienda e successivamente una gara internazionale per la cessione della stessa. Il 5 giugno 2017,con decreto del Ministero allo Sviluppo Economico la AM InvestCo Italy, cordata formata da ArcelorMittal e Marcegaglia, si aggiudicava la gara per l’acquisizione del gruppo Ilva. Il Piano industriale(2018-2024) per la nuova Ilva prevedeva, nella prima fase, una produzione di acciaio grezzo di 6 milioni di tonnellateannue ed il rimanente fabbisogno di bramme/laminati con prodotti provenienti da altri stabilimenti ArcelorMittal. Alla realizzazione del piano ambientale (2023), la produzione avrebbe dovuto raggiungere 8 milioni di tonnellatedi acciaio colato ed un complessivo di prodotto finito pari spedito a 9,5 milioni di tonnellate.
Intanto nel 2020 la produzione segna una débâcle, con 3,2 milioni di tonnellate, un altoforno e un’acciaieria fermi da marzo, un organico di 10.700 dipendenti in tutto il gruppo di cui 8.200 a Taranto, anche se 3.300 stanno in cassa integrazione Covid (e ora partono altre sei settimane di cig).
Circa un anno fa si assisteva allo scontro tra ArcelorMittal e Governo, prendeva piede la battaglia legale e la multinazionale (era stato da poco soppresso lo scudo penale) aveva dichiarato di volersene andare rescindendo il contratto per l’ex Ilva. Oggi, a seguito del c.d. Decreto Agosto, lo Stato decide di entrare con Invitalia in ArcelorMittal ed assumere una partecipazione maggioritaria per rilanciare l’azienda, con l’aumento “progressivo” dalle 3-4 milioni di tonnellate di acciaio di oggi a 5 nel 2021 per salire fino ad 8 dal 2025. Vi è da dire che, al momento, non è ancora ben chiaro quale sarà il modello produttivo, si parla di un mix tra forno elettrico, preridotto e altoforno.
Lo stabilimento ILVA si trova sulla via Appia al km 648 a nord-ovest della città di Taranto ed è ubicato all’interno del Sito d’Interesse Nazionale
L’area dello stabilimento si estende per circa 10 km2 e va dalla costa a sud, dove sono ubicate le banchine di carico/scarico delle navi (“sporgenti”) fino a circa 5 km all’interno a nord.
A poche centinaia di metri dall’area industriale sono presenti aree densamente popolate come il quartiere Tamburi di Taranto e, a qualche kilometro di distanza diversi centri urbani.
Il processo produttivo dello stabilimento ILVA di Taranto è a ciclo integrale, quindi caratterizzato da: una stretta integrazione dei processi produttivi e dei servizi; un concatenamento dei cicli dalle fasi di approvvigionamento delle materie prime ( minerali di ferro, calcare e carbon fossile) fino alla spedizione dei prodotti, passando attraverso la produzione di ghisa e di acciaio, dall’ottenimento delle bramme e dalla loro laminazione a caldo o a freddo.
Sono cinque le aree produttive all’interno del complesso: 1) area Ghisa, comprende: dieci batterie di forni a coke (cokeria); due linee di agglomerazione minerale; cinque altiforni; 2) area Acciaieria, comprende: due acciaierie con convertitori LD e macchine di colata continua (due in un’acciaieria, tre nell’altra); 3) area Treni Nastri (due impianti) e area Treno Lamiere; 4) area Laminatoio a Freddo, comprende: macchina per decapaggio; decatreno; linea di elettrozincatura; due linee di zincatura a caldo; 5) area Tubifici, comprende tre impianti per la saldatura longitudinale.
Le sostanze inquinanti emesse dalla fabbrica sono di diversi tipi e in quantità molto rilevanti, essendo lo stabilimento a ciclo integrale. Una prima fonte è il calcare, trasportato via terra in enormi quantità ed estratto dalle cave locali. Via mare arrivano poi il carbone e i minerali. Il carbone serve sia per produrre energia nelle centrali termiche, sia come materia prima negli altoforni per la produzione della ghisa. Con la copertura dei parchi minerali ILVA si è cercato di fronteggiare l’inquinamento dovuto all’immagazzinamento all’aperto del calcare, del carbone e dei minerali ferrosi, per cui le polveri venivano trasportate dal vento sui quartieri limitrofi. Al momento, vi sono tesi discordanti circa l’effetto significativo sull’abbattimento delle polveri invisibili, ossia le polveri sottili PM2,5.
Per produrre l’acciaio occorre inoltre trasformare il carbone in carbon-coke nelle cokerie ed anche tale processo è particolarmente inquinante.
Come già ricordato, allo stato attuale la produzione dell’area a caldo è al di sotto delle capacità produttive a regime con una previsione di circa 3,2 milioni di tonnellate, circa la metà dei 6 milioni di acciaio previsti per il 2019 e, questa condizione determinerebbe, di fatto, l’insostenibilità economica dell’ex gruppo ILVA.
Ad aggravare lo scenario una economia europea duramente colpita dalla crisi di Covid-19 in tutti i settori che guidano la domanda di acciaio.
A seguito di Covid-19, la domanda apparente di acciaio piatto (edilizia ed industria automobilistica) in Europa è diminuita del 65% nel 2020 rispetto al 2019.
l’Italia risulta essere il paese che ha subito l’impatto nelle vendite peggiore rispetto a tutti i paesi dell’Eurozona, perdendo l’84% a marzo e il 97% ad aprile.
Se poi cominciamo a guardare avanti, il progetto cinese sulla “ nuova via della seta” – un’iniziativa strategica lanciata nel 2013 dalla Repubblica Popolare Cinese per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con i paesi nell’Eurasia ed accolta dall’Italia nel 2019 con la sottoscrizione di un memorandum di intesa- che vedrà coinvolti i porti di Trieste e Genova e, forse, anche quello di Taranto, potrebbe penalizzante fortemente ed ulteriormente l’ex Ilva. Difatti, l’acciaio dell’industria cinese continua ancora oggi ad invadere il mercato europeo nonostante la Commissione Europea abbia imposto a lamiere e coils di acciaio inossidabile laminati a caldo provenienti dalla Cina dazi antidumping provvisori variabili tra il 14,5 e il 18,9% e, con l’avvio della “nuova via della seta”, si vedrà fortemente avvantaggiato per maggiore facilità di ingresso sul nostro territorio, meno burocrazia ed azzeramento di vincoli. Ma Pechino non è il solo a preoccupare: ci sono anche la Turchia, che è in assoluto il Paese che esporta più acciaio in Europa, seguita da Russia, Corea del Sud, la già citata Cina e India. In totale, nel 2018, l’Ue ha importato 29,3 milioni di tonnellate di prodotti finiti: nel 2009 erano “appena” 12,8 milioni. Non si intravedono pertanto le condizioni di un sistema basato sulla concorrenza perfetta e, visto i presupposti, in un prossimo futuro lo spettro di una possibile crisi industriale per l’ex Ilva sembrerebbe più che concreto.
Pertanto, sarebbe auspicabile fin da subito un cambiamento di strategia industriale.
Ad avviso dello scrivente, in questa fase storica cruciale, l’intervento statale all’interno dello Stabilimento avrebbe dovuto tramutarsi con l’intero controllo e la totale gestione del sito industriale, escludendo con ciò, visto le problematiche pregresse, la compartecipazione con investitori privati.
Vi sarebbe stata anche la possibilità di utilizzare risorse finanziarie europee sufficienti alla realizzazione dell’intera operazione.
Se prima la Ue interveniva solo per far arrivare liquidità alle imprese, da poco ha fatto un passo in più dando via libera ai salvataggi pubblici, con ulteriori modifiche al “Temporary Framework“, l’allentamento temporaneo alle regole sugli aiuti di Stato deciso in risposta all’emergenza sanitaria causata dal covid-19 . Gli interventi «temporanei» relativi alle nazionalizzazioni sono stati approvati dalla Commissione Ue l’8 maggio 2020 con specifica Comunicazione dal titolo: “Modifica del quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale epidemia di COVID-19”. Gli Stati possono entrare così nella proprietà delle aziende, con nuovo capitale o con debito subordinato, sempre «preservando al contempo la parità di condizioni nella Ue». Gli interventi possono essere per singola azienda cui necessita ogni volta un via libera specifico di Bruxelles oppure lo Stato può farsi approvare uno «schema» di aiuti di Stato (ma se dovesse impegnare più di 250 milioni di euro, dovrà chiedere comunque un’autorizzazione ad hoc alla Commissione). Ci sono però dei vincoli: il divieto di pagare bonus ai manager e di distribuire dividendi, di distorcere la concorrenza grazie ai capitali pubblici e l’impegno verso un’economia verde e digitale. La recente nazionalizzazione realizzata in favore di Alitalia ne è un esempio concreto.
Il Temporary Framework non sostituisce ma integra gli altri strumenti consentiti di intervento pubblico, si pensi ad esempio alla possibilità di utilizzare parte dei fondi destinati all’Italia dal Recovery Fund.
A parere dello scrivente, rispetto al piano di rilancio industriale Invitalia-ArcelorMittal sopra illustrato e che rispecchia quanto trapelato in questi giorni dagli organi di informazione, il Nuovo Piano Industriale dell’Ex Ilva avrebbe dovuto invece incentrarsi su un nuovo modello di business (consolidamento delle lavorazioni a freddo) stanti i cambiamenti dello scenario e della domanda prevedibile, sull’attività di ricerca e delle innovazioni tecnologiche, sulle strategie di rilancio del Marchio Ilva e sulla chiusura dell’area a caldo (la più inquinante) alimentando l’area a freddo con le bramme, come fanno altre acciaierie (Genova e, da ultimo, Trieste), in coordinamento con il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) e tutti gli attori pubblici coinvolti, in un fattivo processo di decarbonizzazione e riconversione industriale del sito.
Inoltre: Potenziare l’impiantisca dell’area a freddo e delle attività logistiche; Incrementare le attuali unità lavorative dell’area a freddo con l’impiego di personale occupato in altre aree dello stabilimento; Effettuare una “analisi energetica” di dettaglio dell’andamento dei consumi dello stabilimento, al fine di poter valutare la migliore soluzione dal punto di vista tecnico/ economica circa la nuova alimentazione di energia necessaria al funzionamento dell’area a freddo ( ad oggi, l’energia necessaria al funzionamento dell’area a freddo viene fornita da due centrali termoelettriche la cui alimentazione avviene con i gas rinvenienti dall’area a caldo dello stabilimento, con integrazione di gas metano ed olio combustibile); Effettuare una “indagine ambientale preliminare” all’attivazione della procedura di bonifica. La bonifica prenderebbe avvio dopo la stesura di un Piano di Risanamento Ambientale dell’area industriale da realizzarsi d’intesa tra il Ministero dell’Ambiente e la Regione Puglia (passaggi autorizzativi per le attività di bonifica, sistema di finanziamento, rapporto tra i progetti di bonifica e il contesto urbano, sociale ed economico in cui si inseriscono). Per la effettuazione delle attività di bonifica delle aree dismesse e lo smantellamento e messa in sicurezza dell’area a caldo: formazione, miglioramento delle competenze, riqualificazione e reimpiego del personale attualmente impiegato nell’area a caldo dell’ex Ilva, con la possibilità di richiamare in servizio anche i lavoratori attualmente in cassa integrazione. La Regione Puglia, in sede di programmazione per l’assegnazione delle nuove risorse, potrebbe favorire le attività di bonifica dell’ex Ilva richiedendo l’intervento dei Fondi UE nella categoria relativa al “Recupero dei siti industriali e dei terreni contaminati”, nelle tipologie di investimento ammissibili per il FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), FSE (Fondo Sociale Europeo) e il Fondo di Coesione, previste dal Regolamento di esecuzione 215/2014 della Commissione europea. Sul piano nazionale è disponibile il Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) che, congiuntamente ai Fondi strutturali europei, è lo strumento finanziario principale attraverso cui vengono attuate le politiche per lo sviluppo della coesione economica; Emanare una “legge speciale” per Taranto sulla tutela dell’occupazione con la definizione degli impegni, delle misure e delle azioni a carico degli organismi istituzionali e delle Amministrazioni pubbliche, necessari a tutelare i livelli occupazionali e reddituali dei lavoratori, nel periodo di riassetto delle lavorazioni siderurgiche non a ciclo integrale; Sulle prospettive occupazionali e la stabilità economica ripristinare gli incentivi finalizzati a chiudere anticipatamente e volontariamente il rapporto di lavoro, ricollocamenti occupazionali garantiti dallo Stato e pensionamento; Promuovere la realizzazione di una “filiera dell’acciaio”, una vera e propria partnership tra le maggiori compagnie italiane che operano nel settore siderurgico, una fattiva collaborazione tra esse nella promozione del prodotto Made in Italy, nel campo della ricerca e delle nuove tecnologie, nella commercializzazione del prodotto finale, nella logistica e nella condivisione della mole infinita di dati che potrebbero essere elaborati e messi a sistema, con vantaggio per l’intera filiera; Avvio di Progetti per accedere ai nuovi Fondi Nazionali ed Europei, Fund Transitation Fund europeo e progetti presenti nel CIS.