Perché le università sono in pericolo

di Redazione
28 Ottobre 2020

di Diego Venturini

Il Covid ci ha cambiato, almeno temporaneamente, la vita: questo è un dato di fatto. Tante piccole azioni quotidiane ora vengono svolte con attenzione e spesso paura, perché, in fondo, non ci sentiamo liberi come nel periodo pre-pandemia. Siamo stati costretti a cambiare le nostre abitudini per un periodo di tempo ancora indeterminato, ma il grosso rischio che stiamo correndo è quello di non tornare più indietro.

L’istruzione è uno di quei settori che ha maggiormente risentito di questo “cambio di normalità”. Andare a scuola con la mascherina è necessario ma non è ovviamente normale e, soprattutto, non deve essere considerato tale. Si arriva all’assurdo, poi, se succedono fatti come quello di Sassari, dove, in una scuola, un alunno che si era dimenticato l’astuccio è stato costretto a non fare niente per cinque ore perché i compagni non potevano prestargli una penna. Sarebbe bastato un minimo di organizzazione, preparando delle penne “di riserva” per ovviare a casi come questi, da sanificare ad ogni utilizzo (così come succedeva nei seggi elettorali a fine settembre). Ma tanto lo sappiamo: in questo paese l’intelligenza è spesso un optional.

Se però le scuole dell’obbligo da qualche settimana hanno ritrovato i propri studenti, le università continuano a restare fisicamente chiuse. Tranne qualche caso eccezionale, come le esperienze laboratoriali o i tirocini, migliaia di iscritti ai vari atenei d’Italia perdurano a seguire le lezioni da casa. Una scelta giusta? Probabilmente sì, perché, come sappiamo, le aule universitarie spesso ospitano centinaia di persone ad ogni lezione e i famigerati assembramenti sarebbero inevitabili, ma se non stiamo attenti questa decisione potrebbe diventare davvero molto rischiosa.

La storia ci insegna che la comodità è sintomo di sviluppo e di evoluzione. Quasi tutto il progresso della storia umana aveva come unico obiettivo quello di semplificare la vita delle persone, perché è una tendenza insita nella natura dell’uomo. Basti pensare al processo che ha visto l’uomo costruirsi delle abitazioni anziché rintanarsi nelle caverne naturali.

La comodità, però, è un’arma a doppio taglio. Quando un processo di cambiamento funziona, è accessibile a tutti e, appunto, risulta più comodo, difficilmente si torna indietro.

Questo è il grosso pericolo con cui l’istruzione dovrà scontrarsi. In modo particolare, il mondo universitario rischia di cadere in questa trappola, amorale e assolutamente da evitare. Se nelle scuole dell’obbligo (elementari, medie, superiori) la normalità sta tornando ad essere quella di un tempo, con il ritorno degli studenti nelle aule, gli atenei, sicuramente per l’elevatissimo numero di iscritti, per la stragrande maggioranza continuano a offrire i propri servizi per via telematica e questo, per quanto bello e più comodo possa essere, è un enorme rischio.

Quanto converrà tornare alle lezioni in presenza? La modalità a distanza funziona, è stato provato. Lezioni, esami, ricevimenti. Tutto, nell’ultimo periodo, è stato fatto tramite computer. Per non parlare delle centinaia di università online presenti nel mondo, che esistono da anni e, nonostante i diffusi dubbi sulla preparazione offerta, funzionano bene. E allora, perché tornare nelle aule, se potremmo fare l’università comodamente da casa?

La risposta è semplice. L’università è luogo di conoscenza, di arricchimento personale, di incontri, di attese, di indipendenza, di libertà. Ridurla a mero percorso d’istruzione vorrebbe dire precludere a migliaia di giovani quella che, forse, è l’esperienza più bella, più formativa e più importante della vita. Non tutto può essere digitalizzato.

Il dito non va puntato contro nessuno, sia chiaro. Nonostante le polemiche, è stata presa la decisione di continuare con la modalità telematica e ne prendiamo atto. La battaglia, però, più che politica deve essere etica e culturale: non possiamo permettere che diventi normalità quello che normalità non è. L’università va fatta negli atenei e, appena le condizioni lo permetteranno, le aule dovranno tornare a riempirsi.

Perché è lì che c’è la vita, è lì che c’è la formazione, è lì che c’è l’educazione. L’università è magistra vitae, e non può svolgere questo nobilissimo ruolo tristemente rinchiusa in uno schermo di computer.