Charlie Gard, i genitori devono chiedere di nuovo al giudice di farlo morire a casa

di Redazione
26 Luglio 2017

Non c’è clemenza e non c’è misericordia. C’è solo un cieco e irresponsabile feticismo per la norma, per la regola. Dopo aver rinunciato alla battaglia per sottoporlo al trattamento sperimentale negli Stati Uniti perché ormai “troppo tardi”, i genitori di Charlie Gard, il piccolo affetto da una gravissima malattia degenerativa, tornano davanti all’Alta Corte di Londra per chiedere che il loro bimbo di 11 mesi possa morire a casa, nella sua culla. Un tema che è stato dibattuto per ore in aula dalle parti. Che, però, non sono riuscite a trovare un accordo. Per questo il giudice Nicholas Francis ha annunciato di sospendere la seduta e di decidere oggi sul caso (alle 14 ora locale, le 15 in Italia), “a meno che non succeda qualcosa di nuovo e inatteso”. Francis, però, è orientato su due opzioni: la permanenza al Great Ormond Street Hospital (Gosh) nel quale il bimbo di 11 mesi è ricoverato o il trasferimento in un hospice. Soluzioni che non sembrano convincere i Gard, anche perché nell’hospice il bimbo vivrebbe solo poche ore, come ha spiegato il legale dei genitori di Charlie.

I genitori del piccolo vogliono “pochi giorni di tranquillità fuori” dal Gosh, ma la struttura sanitaria oppone problematiche di tipo pratico (come le dimensioni della porta dell’appartamento che impedirebbero il passaggio dei macchinari per l’assistenza), oltre a parlare di “sicurezza” e di “miglior interesse” per il bambino. Inoltre l’ospedale durante l’udienza ha aggiunto che i genitori chiedono più giorni con Charlie a casa, con il supporto della ventilazione assistita collegato. La coppia intende trascorrere “tutto il tempo possibile prima che Charlie vada via” e nell’udienza di oggi i legali della famiglia hanno ritirato la richiesta di trasferire il piccolo negli Stati Uniti per curarlo.

Né i genitori né la struttura dove il piccolo è ricoverato hanno per ora detto quando saranno staccati i supporti vitali, ma – secondo quanto riporta il Guardian online – le parti si sono incontrate prima dell’udienza per stabilire i prossimi passi alla luce della decisione presa da Gard e Yates. L’ospedale aveva già precisato che “ogni giorno che passa non è nel miglior interesse” del bambino ma finora non ha chiarito se renderà possibile il desiderio dei Gard di portarlo a casa, per fargli un bagnetto e metterlo nella sua culla. Il piccolo infatti è collegato a un respiratore e sarebbe necessario un macchinario trasportabile e un team specializzato che lo assista per permettergli di lasciare l’ospedale. Cosa che i genitori si sono offerti di pagare privatamente.