Il neo liberismo come ideologia manipolatoria

di Luigi Iannone
13 Aprile 2017

Esistono percorsi di redenzione più o meno laceranti. Altri sono utili, ma provocatori ed intellettualmente urticanti. Quello di Ilaria Bifarini, laureatasi col massimo dei voti in Economia alla Bocconi di Milano, è tra quelli più sorprendenti ed appartiene alla seconda specie. Usiamo il termine ‘redenzione’ con quel giusto carico di ironia necessario in vicende simili. Una bocconiana che scrive un libro (per ora in formato Kindle ma, ben presto, anche cartaceo) contro il liberismo è cosa inconsueta. Non fatto unico ma di certo raro nel suo genere. Nell’ultimo quinquennio i cosiddetti bocconiani sono stati la categoria più malvista, seconda solo a quella dei politici. Da Mario Monti in poi è stato tutto un susseguirsi di contumelie e di invettive. Sembravano spuntare dappertutto e dare consigli su ogni cosa, imponendo la loro Verità.

Neo liberismo e manipolazione di massa (p.110), il libro di Ilaria Bifarini, è chiarificatore sin dal titolo, e perciò perentorio e diretto. Non che lungo lo scorrere delle pagine non vi sia un’articolata composizione e ricomposizione di analisi, tesi, strategie, teorie ma l’indirizzo speculativo principale è tutto sottinteso nel titolo. La perdita di una visione umana dell’economia, che però come scrive l’autrice non è fatto recente ma viene da lontano, forse dagli anni Novanta, e l’idea salvifica di una globalizzazione distorta e succube da una parte dal sistema bancario e dall’altra da quello finanziario, sono gli aspetti più deleteri alla base della crisi.

Il termine ‘redenzione’ usato all’inizio non è perciò un sotterfugio dialettico. Bifarini si confessa, da liberista pentita, esplorando le dinamiche di processi culturali ancor prima che economici che hanno distorto una umana visione della realtà a scapito del profitto e del Dio Mercato. Non è un ritorno sic et simpliciter a Keynes ma un tentativo per circoscrivere in ambiti meno ideologici un capitalismo non solo indirizzato verso la redditività ma che ha anche messo da parte disquisizioni serie sulla questione monetaria non sempre direttamente collegabile al tema della produttività.

Ma, si diceva, il saggio non si inerpica solo lungo traiettorie tecniche e perciò il quadro collettivo si rende appassionante. Bifarini sottolinea che confutare l’idea totalizzante del nostro tempo significa oramai imbattersi <<nei luoghi comuni e nella sofistica neoliberista, che si avvale di un linguaggio tanto seducente quanto ambiguo>>, e di conseguenza essere al di fuori di questo scenario collettivo che è poi quello della intera comunità civile. Non dunque apparire come una testa pensante che confuta una teoria economica ma essere ritenuto una sorta di alieno che si pone troppo oltre rispetto alla idea comune del liberismo quale esclusivo strumento di relazioni economico-sociali.

E tuttavia solo guardando il mondo dal di fuori si può assumere consapevolezza della sua potenza totalizzante. Bifarini dice infatti di aver <<iniziato un cammino di ricerca interiore (…). Il processo è stato di tipo deduttivo: dall’osservazione dei fatti alla ricerca delle cause, dalla percezione esteriore alla rielaborazione interiore. Lo studio della filosofia, nelle sfumature psicoanalitiche e sociologiche, è stato una dovuta conseguenza. Dapprima a tentoni in una materia sconfinata, col solo lume della ricerca morale, poi mettendo assieme i tasselli fondamentali>>. E non poteva essere diversamente. Confutare la liturgia del pensiero liberista obbliga a posizionamenti di carattere culturale, politico, sociale. Scelta dunque non solo di strategia economica ma di visione di vita.

Il liberismo è infatti filosofia di vita. Essenza stessa dell’Occidente contemporaneo. Ed è giusto che nella presentazione al volume ci ricordi che <<lo spettro seducente dell’inganno si ripresenta insistentemente, come una droga della quale non si può fare a meno. E’ qui che viene in aiuto la filosofia, intesa nel senso letterale di amore per il sapere, unica difesa per opporsi al dominio della manipolazione neoliberista>>. Il suo indirizzarsi alla filosofia ma anche a Gustave Le Bon e al suo Psicologia delle folle è un intelligente chiavistello per aprire e poi interpretare in tutti i gangli del pensiero dominante quelle  negative ripercussioni sulla società e sui singoli individui.

Insomma, l’intento sarebbe quello di rompere l’egemonia della finanza e ritornare a parametri più umani, con la richiesta di maggiore partecipazione democratica ad ogni livello di scelta e con criteri di giudizio e visioni di vita frutto di idee che non mettano sempre al primo posto competizione e frenetica concorrenza. Tuttavia sono poco propenso a credere che ciò possa accadere. Alla fine del libro, Bifarini scrive che il processo è lungo e impegnativo, e non sarà frutto di un’illuminazione estemporanea ma richiederà riflessione e metabolizzazione della volontà di cambiamento. Ma c’è davvero l’idea di una società ‘altra’? Vale a dire, oltre alle pur giuste rivendicazioni degli esperti e alle ormai rivolte anti-crisi che si intensificano in ogni Paese europeo c’è veramente la consapevolezza che questo modello non funzioni più? Perché il punto è questo! L’aspetto critico è altamente sviluppato; manca però una società pronta ad accogliere profondi cambiamenti anche nella vita di tutti i giorni e a ridefinire parametri di convivenza oltre che nuovi scenari di interdipendenza economica. Insomma, il vecchio sembra non funzionare più, o almeno funzionare poco, ma all’orizzonte non si vedono scenari diversi, soprattutto se si pensa che modificare una visione economica significa cambiare stili di vita, valori e percezione del sociale