I pretesti per le guerre Usa: Idlib come il golfo del Tonchino

di Redazione
7 Aprile 2017

La storia delle relazioni internazionali è zeppa di “falsi d’autore” che hanno generato eventi tali da cambiare gli equilibri geopolitici e di sconvolgere esistenze umane. Come fu il telegramma di Ems, abilmente manipolato da Bismarck per avere un casus belli contro Napoleone III alla vigilia della guerra franco-prussiana, così come la strage degli ufficiali polacchi compiuta a Katyn nel 1940 dai soldati sovietici, che Stalin nel 1944 addebitò a Hitler per ottenere il benvolere della popolazione polacca all’entrata dell’Armata Rossa a Varsavia. Oppure, come l’incidente navale del golfo del Tonchino dell’agosto 1964, nell’allora Vietnam del Nord filo-sovietico. Fu in risposta a quell’avvenimento che le operazioni belliche statunitensi nella penisola indocinese vennero autorizzate dal Congresso americano, con una risoluzione votata su richiesta dell’allora presidente Lyndon Johnson, come ritorsione ad un attacco navale subìto tre giorni prima da un cacciatorpediniere Usa per opera di tre navi battenti bandiera nordvietnamita. Un episodio mai completamente chiarito fino al 2010, quando la decodificazione di documenti riservati rese possibile appurare che quell’incidente fu con tutta probabilità una messinscena, un artifizio politico per giustificare l’intervento militare diretto degli Usa in Vietnam, che Johnson riteneva l’unica via per forzare la situazione di stallo nella penisola.

Oggi, dopo il massacro di Khan Sheikhoun in Siria, nessun elemento conferma ma neppure smentisce che Bashar al-Assad potrebbe aver commesso realmente quel crimine di guerra. Il rais del resto non sarebbe nuovo a simili azioni, ma il fatto che l’utilizzo di bombe chimiche (di cui ufficialmente l’esercito siriano dovrebbe essere privo) sia stato denunciato da una delle fazioni che si oppongono al suo regime, e soprattutto che l’attacco sia avvenuto in una fase diplomatica a lui favorevole, dovrebbe suscitare più di un dubbio nelle varie cancellerie occidentali che oggi invece si affrettano ad attribuire a Damasco quelle morti. Perché se resta in piedi l’ipotesi di un’azione militare ordinata da Assad, va anche contemplata quella di un nuovo Tonchino. Che in Siria per la verità aveva già fatto capolino il 21 agosto 2013, quando i circuiti televisivi internazionali rilanciarono le immagini di un attacco chimico da parte delle truppe regolari siriane contro la popolazione inerme a Ghouta, un villaggio alla periferia della capitale siriana allora controllato dalle milizie ribelli: allora però l’ordine di attacco alla Siria, che Obama era pronto a dare appena ricevuto mandato dall’Onu, venne bloccato dall’evidenza di manifeste anomalie nelle immagini amatoriali fornite dai ribelli, molte delle quali risalivano a prima del fatidico 21 agosto, e soprattutto non erano state girate a Ghouta.

Il bombardamento compiuto nella notte contro postazioni militari siriane conferma che il fantasma che ora si materializza voglia porre Donald Trump e Vladimir Putin su fronti opposti. È chiaro che la posizione distensiva propugnata dalla nuova Amministrazione americana nei confronti di Mosca non piace ai falchi repubblicani e Dem che a Washington ancora godono di influenza su questioni riguardanti lo scacchiere internazionale. La fresca estromissione dal National Security Council di Stephen Bannon, ritenuto l’eminenza grigia dell’Amministrazione Trump, lasciava intendere un cambio di rotta nella politica estera USA, specie nei confronti del regime Damasco, che pure in campagna elettorale Trump aveva sdoganato in nome della condivisa lotta all’ISIS. Una giravolta che però, a soli cinque mesi dall’elezione del tycoon, ora deve essere giustificata presso quella consistente parte dell’elettorato conquistata dallo slogan isolazionista “America first!”: scene orrende come quelle che gli organi d’informazione dell’opposizione siriana hanno fatto rimbalzare dal disgraziato villaggio nella provincia di Idlib possono essere d’ausilio, anche se in queste prime ore il blitz aereo di stanotte sta incontrando sui social una certa disapprovazione da parte dei sostenitori del Presidente, a cui si contrappone il plauso di quelli della Clinton, di Obama e dei Neo-Con.

La Siria è dunque l’incipit di un new deal nella politica estera trumpiana? Qualcosa a Washington sta cambiando. L’utopico “splendido isolamento” della campagna elettorale potrebbe essere già al tramonto. Per un oscuro destino, c’è sempre una “variabile impazzita” a far sì che la politica estera isolazionista non riesca ad attecchire nel giardino degli inquilini repubblicani della Casa Bianca: anche George W. Bush fino all’11 settembre 2001 sembrava voler imprimere agli Stati Uniti un ruolo meno interventista rispetto a quello dell’era Clinton. Poi sappiamo cosa accadde dopo.

Alessandro Ronga