Le operazioni di destabilizzazione dell’area russo-ucraina

di Redazione
31 Marzo 2017

Continuano le operazioni di destabilizzazione dell’area russo-ucraina e di utilizzo mediatico della notizia in chiave geopolitica. Negli ultimi giorni abbiamo avuto in sequenza un bombardamento nella Repubblica Popolare di Doneck, l’uccisione dell’ex parlamentare russo Voronenkov a Kiev, e infine l’arresto di dell’attivista politico Navalny in Russia. In tutti e tre i casi vi è la mano del mainstream mediatico che come vero braccio armato di determinati schieramenti geopolitici fomenta o tace su questo e quell’accaduto.

Per quanto riguarda l’uccisione di Voronenkov in un gioco di induzioni tecniche ad opera della stampa – era nemico di Putin – le colpe sono state affibbiate al presidente russo. Da questi sarebbe partito un presunto ordine di far fuori l’ex deputato sul quale pendeva un ordine di arresto per corruzione. Già in passato era accaduto un episodio simile riguardo l’assassinio dell’ormai ininfluente Nemtsov e anche in questo caso, Voronenkov non ricopriva ruoli importanti. Invece per quanto rivelato dallo stesso Ministero dell’Interno ucraino ad ordinare la sua morte è stato Pavel Pashov collaboratore della Guardia Nazionale dell’Ucraina. Un attentato in strategia False Flag ovvero quelle operazioni belliche “sintetiche” ideate per fare credere che l’attacco sia stato effettuato da gruppi diversi rispetto ai reali esecutori, al fine di addossare loro la responsabilità e legittimando così eventuali rappresaglie.

A dir poco scandaloso che nessuno dei media principali abbia dato la notizia del bombardamento di un villaggio nella Repubblica di Doneck dove circa 15 case ed un asilo sono stati abbattuti dai bombardamenti dell’esercito ucraino. Un episodio simile si era verificato ad inizio anno nel Donbass dove era stato colpito un mercato e le tredici vittime non erano state nemmeno degne di essere menzionate dai TG nostrani. In tutti questi casi le operazioni di destabilizzazione sono condotte dal senatore repubblicano USA John McCain in combutta col governo ucraino con a capo Porosenko. Sin dai tempi del Maidan McCain ha ruolo di coordino delle operazioni NATO e CIA in quell’area, come nei paesi Baltici. Queste operazioni mirano in sostanza a tenere sotto scacco la poco gradita Russia del presidente Vladimir Putin e a provocare di continuo una sua reazione con azioni anche a carattere offensivo-militare.

Per capire lo scenario bisogna comprendere come questi diversi pezzi dello scacchiere non abbiano in realtà una direzione unica e centralizzata, che dovrebbe provenire dalla nuova Presidenza USA. Essi sono frutto di passate scelte strategiche di precedenti amministrazioni, oppure di iniziative di frazioni interne dei diversi agenti in campo. Su quest’ultimo tipo di configurazione possiamo prendere a spunto quanto nel dicembre 2016 è accaduto in Siria, dove da un seminterrato di Aleppo diversi agenti della CIA pilotavano le operazioni anti-Assad. In questa situazione infatti queste manovre erano sconosciute al comando centrale CIA.

La fobia per la Russia del tiranno Putin è indotta da parte dei media e in generale da tutta quella categoria di pensiero “ossessivo” definita politically correct. In realtà gli ordini partono altrove e hanno sede nelle corporation che grazie alle presidenze Clinton, Bush e Obama hanno prosperato sulle ceneri di una Russia post-sovietica debole, e su una UE targata Germania e BCE. Delle ultime ore è l’ennesima provocazione a danno dello stato sovrano russo, e cioè l’arresto per l’attivista politico Navalny a seguito di una manifestazione non autorizzata di qualche migliaio di partecipanti. L’episodio è stato già trasformato in un caso violazione dei diritti democratici dai media, i quali parlano di possibili sollevazioni popolari che richiamino addirittura la rivoluzione del ’17 di cui ricorre il centenario. La faziosità della stampa rasenta il ridicolo nel presentare una normale azione legittima e legale, quella del governo russo, come l’atto di uno stato pericoloso governato da un tiranno. Nei paesi dell’UE a cominciare dall’Italia il divieto di manifestare è praticato e l’azione repressiva spesso supera i limiti di legge se non del diritto, ricordiamo solo il G8 di Genova. Gli elementi tipici delle cosiddette “rivoluzioni colorate” ci sono tutti così come ispirano i testi di Gene Sharp e i fondi di George Soros. Essi sono la presunta lotta per la democrazia e le battaglie contro la corruzione delle oligarchie politiche. Ora staremo a vedere se ci sarà un epilogo della vicenda e come essa sarà presentata agli occhi degli spettatori inconsapevoli.

Roberto Siconolfi