Crisi Russia-Ucraina: perché Mosca non vuole annettere il Donbass

di Redazione
4 Marzo 2017

Complici forse le nuove tensioni tra truppe regolari ucraine e milizie ribelli nelle regioni orientali, lo scorso mercoledì il ministro degli Esteri polacco Witold Waszczykowski ha pensato bene di rievocare il fantasma dell’invasione russa dell’Ucraina: durante un incontro a Kiev con il suo collega Pavlo Klimkin, Waszczykowski ha voluto sottolineare come «un’annessione del Donbass da parte di Mosca» sia «altamente probabile». Le affermazioni del capo della diplomazia polacca sono tuttavia scarsamente attendibili, poiché si basano solo sul fatto che per Varsavia «la Russia non sta rispettando gli accordi di Minsk»: un po’ poco per arrivare a facili conclusioni, non fosse altro perché anche da parte ucraina le violazioni degli accordi ci sono state, e nemmeno sparute.

In realtà quello di Waszczykowski è solo un gioco delle parti: il ministro è rappresentante di un governo che deve la sua fortuna politica alla russofobia di cui (a torto o a ragione) buona parte dell’elettorato polacco è intriso, e non poteva certo risparmiarsi al cospetto di un Paese nemico del suo acerrimo nemico. Non solo. Quelle dichiarazioni vanno ricondotte anche al riassestamento degli equilibri in Europa Orientale dinanzi all’incognita-Trump, e possono essere interpretate come un tentativo del governo di Beata Szydło per spingere la Casa Bianca a desistere dai suoi propositi di normalizzazione delle relazioni con il Cremlino. Il fatto poi che il discorso sia stato pronunciato alla presenza anche del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson è significativo di come Varsavia, orfana di Obama, voglia utilizzare i buoni rapporti tra Londra e Washington per coinvolgere maggiormente la nuova Amministrazione americana nei sempre difficili rapporti tra Mosca e l’ex impero sovietico.

Per questo, se l’Occidente prestasse fede alle parole di Waszczykowski, commetterebbe l’ennesimo errore nella vicenda ucraina, che ormai dura da tre anni. L’escalation militare nelle regioni orientali del Paese è nata proprio dall’errato convincimento di NATO, USA e UE che Putin, dopo essersi preso la Crimea, volesse fare il bis con l’autoproclamata Novorossija, sfruttando il “Cavallo di Troia” delle istanze separatiste locali. Mai superficialità di vedute fu tanto grave. Il secessionismo delle regioni ucraine russofone è in realtà un fenomeno inedito, nato più come reazione alla svolta ultranazionalista del governo centrale ucraino dopo Euromaidan che per mere velleità di unificazione con la Russia. È quindi molto diverso per modi e tempi da quello russo-crimeano, nato invece al momento del passaggio della penisola dalla Russia all’Ucraina nel 1954 e acuitosi poi subito dopo la fine dell’Urss, tanto che nel 1992 la Crimea aveva già proclamato, per la prima volta, la sua indipendenza da Kiev.

Non bisogna dimenticare che gli abitanti della Crimea e quelli del Donbass sono due gruppi distinti, con storie diverse. I primi sono russi, i secondi sono ucraini russofoni. Nel marzo di tre anni fa il 97 per cento dei russi della Crimea votò per ritorno alla Rodina, la Madrepatria, e contemporaneamente alcuni sondaggi rivelarono che oltre il 70 per cento dei russofoni dell’Ucraina orientale era contrario ad un’annessione russa. Un dato per nulla sorprendente: cosa ci guadagnerebbero a diventare una delle tante minoranze che compongono la Federazione Russa, stato multietnico dove le leve del potere sono però saldamente in mano ai russi? Oltretutto, i leader della Novorossija non sono mai parsi particolarmente convinti dei loro propositi secessionisti, anzi fin dalla prima conferenza di pace a Minsk hanno dato disponibilità di rinunciare all’indipendenza in cambio di una riforma fortemente federalista dello Stato ucraino. Posizione respinta da Kiev ma sostenuta da Mosca, come attestano le tante dichiarazioni nelle quali il Cremlino, in questi anni, ha preferito riferirsi agli insorti del Donbass con l’aggettivo “federalisti”, invece di “indipendentisti”.

Sono queste peculiarità a indicare che alla Russia non interessava allora annettere il Donbass come non le interessa adesso, semplicemente perchè non sarebbe conveniente per ragioni politiche (Mosca non godrebbe stavolta dello stesso appoggio plebiscitario della popolazione locale) ma anche economiche: l’annessione dell’Ucraina orientale obbligherebbe il Cremlino a farsi carico del rilancio di una zona estremamente povera e in declino industriale, e ciò di sicuro non sarebbe un buon affare per le casse russe, visto che l’ex presidente ucraino Yanukovich, poco prima di essere deposto, aveva vincolato l’adesione di Kiev all’Area di libero scambio con l’Ue a un maxiprestito europeo da 167 miliardi di euro per ammodernare l’apparato industriale del Donbass.

Rimane perciò da chiedersi perché tali evidenti fattori in questi anni sono stati ripetutamente ignorati dai decision makers occidentali che, come il ministro Waszcykowski, continuano a dare per “altamente probabile” l’invasione russa dell’Ucraina: un’opzione che nemmeno il peggior giocatore di Risiko prenderebbe mai in considerazione.

Alessandro Ronga