Le difficoltà dell’integrazione europea in un libro di Giuseppe Farese

di Redazione
21 Febbraio 2017

Che fine ha fatto la sovranità nazionale? Si può governare una società multiculturale? Quali sono le leve per uscire dalla impasse economica in cui si trova il Paese? A queste e ad altre domande prova a dare risposa il libro “Identità fragile e integrazione difficile” (Rubbettino 2016, con presentazione di Aldo Cazzullo), una raccolta di scritti a cura di Giuseppe Farese che ospita gli interventi di Mario Baldassarri, Giovanni Belardelli, Andrea Carandini, Sabino Cassese, Giuseppe De Rita, Ernesto Galli della Loggia, Carlo Jean, Mauro Magatti, Giovanni Sabbatucci, Paolo Savona.

Nel testo si riflette sul futuro dell’Italia e dell’Europa, approfondendo spunti che possano aiutare il lettore a mettere insieme nuove “idee per la ricostruzione”. A questo proposito, abbiamo avuto l’occasione di conversare con lo stesso Farese:

Dopo Maastricht, Schengen e l’avvento nel 2002 della moneta unica, negli ultimi anni si parla di globalizzazione senza controllo, di crisi economica e di incompiutezza del processo di costruzione europea. Secondo lei quali sono stati gli errori nel processo di unificazione europea?

La costruzione europea ha patito, a mio avviso, di due originari difetti. Il primo di natura verticistico-burocratica. Regole, vincoli, limiti, sono stati, infatti, stabiliti a livello centrale, a Bruxelles, senza alcuna legittimazione politica e democratica. Governi, parlamenti nazionali e cittadini hanno di fatto subito decisioni imposte altrove senza poter partecipare al processo costitutivo e decisionale. Ne è derivato un profondo malcontento e distacco, in particolar modo tra i cittadini. I quali, nelle poche volte in cui sono stati chiamati ad esprimere la propria opinione hanno opposto dei clamorosi rifiuti. Pensi, ad esempio, ai referendum sulla Costituzione europea svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi. Oggi tale malcontento trova rifugio ed espressione nelle forze politiche anti-europee che ad ogni tornata elettorale fanno il pieno di voti. Il secondo difetto è consistito nella volontà, forse troppo frettolosa, di accantonare definitivamente  i vecchi Stati nazionali per dar vita ad un super stato europeo. Ma ancora una volta i cittadini si sono mostrati restii abbandonare il concetto di Stato Nazione e la relativa identità nazionale con il relativo carico di storia, cultura e radici identitarie. A tal punto risulta chiaro che l’unione monetaria del 1998 è risultata un provvedimento monco e sterile poiché non supportato dal alcun progetto politico di ampio respiro.

Stiamo assistendo ad un indebolimento della sovranità nazionale nel nostro Paese, secondo lei quali sono le motivazioni, economiche, politiche e storiche di questo fenomeno? Qual è il futuro dello Stato-Nazione? E quali sono i “fari” da seguire per giungere alla pace e al benessere?

All’inizio degli anni novanta una serie di avvenimenti contribuisce ad indebolire e a svuotare la sovranità nazionale. Il Trattato di Maastricht, gli accordi di Schengen e, più in generale, l’avvio del processo di costruzione europea riducono progressivamente le storiche prerogative dello Stato nazionale. Ciò accade, soprattutto, in tema di politiche di indirizzo economico e fiscale e di controllo dei confini. Si verificano, in definitiva, una serie di cessioni verso l’alto, verso l’Europa e verso organismi sovranazionali (Bce). A tutto ciò deve aggiungersi anche il processo di globalizzazione che rende complicato il controllo di alcuni processi economici da parte degli Stati nazionali. Lo svuotamento della sovranità riguarda, naturalmente, anche il nostro Paese laddove tale fenomeno è aggravato da fattori interni endemici. L’alto debito pubblico, la spesa fuori controllo, la mancanza di riforme, il ritardo infrastrutturale, l’instabilità politica, aggravano, nel nostro Paese, la crisi della sovranità. Per ciò che riguarda il futuro dello Stato nazionale non ritengo auspicabile il suo superamento. Sono favorevole ad un’Europa di tifo confederale in cui gli Stati mantengano le proprie identità culturali, linguistiche e storiche riacquistando anche margini di indirizzo in politica economica e controllo del territorio. Ulteriori cessioni di sovranità vanno, invece, incentivate in campo di politica estera e di difesa comune. Per raggiungere, infine, la meta della pace e del benessere, cui lei accennava, credo vadano promosse politiche economiche improntate allo sviluppo e a grandi progetti infrastrutturali europei.

Secondo lei come può essere completato il processo di costruzione europea? E come può l’Italia avere un ruolo di maggiore rilievo in Europa?

Per quanto riguarda il ruolo dell’Italia in Europa, c’è da fare una considerazione preliminare. Si tratta, infatti, di capire quale potrà essere il futuro dell’Europa. Si tenderà ad una maggiore integrazione oppure l’Unione europea è destinata a saltare? Se si propende per la prima ipotesi ritengo che l’Italia abbia il dovere di partecipare da protagonista al rafforzamento dell’Unione. Può certamente farlo con un atteggiamento di largo respiro, non limitandosi cioè alla contrattazione “quotidiana” con l’Europa, tesa all’alleggerimento di alcuni parametri. Grandi progetti infrastrutturali europei, beni culturali europei, utilizzo oculato dei fondi che arrivano da Bruxelles. Sono alcuni punti che l’Italia può rilanciare a livello europeo sedendo al tavolo dei fondatori da protagonista.

Il tema dello scarso sentimento patriottico è diventato molto attuale? Può essere dovuto ad una storia identitaria debole? Quale può essere una soluzione a questo problema?

Le ragioni dello scarso sentimento nazionale sono molteplici e di diversa natura: storiche, politiche e sociali. All’interno delle conversazioni contenute nel volume vi è un interessante excursus che, partendo dall’Unità, analizza tali cause in tutto lo svolgersi della storia d’Italia fino ad arrivare ai nostri giorni. In primis il ritardo con cui nel nostro Paese nasce lo Stato nazionale connesso alle difficoltà di cementare, subito dopo, lo spirito unitario. L’Italia sembra rimanere, di fatto, una confederazione di Comuni ognuno dei quali mantiene forte il legame con la propria cultura e le proprie tradizioni. Solo con la Prima guerra mondiale inizia a saldarsi e a diffondersi l’appartenenza nazionale. Successivamente il fascismo rilancia il mito della nazione e il culto della patria con una forma di nazionalizzazione forzata e autoritaria. La seconda guerra mondiale e la sconfitta militare segnano poi la rottura definitiva del sentimento nazionale. Nell’Italia repubblicana si verifica, da una parte, un processo di snazionalizzazione, dovuto alla civiltà dei consumi e all’importazione di modelli nazionali di altri paesi, e dall’altra una partitizzazione dell’idea di nazione, in base alla quale i partiti diventano delle vere e proprie nazioni di appartenenza. Fino ad arrivare agli anni settanta in cui il sentimento nazionale scompare del tutto dal dibattito pubblico in conseguenza di un comune sentire che risente fortemente degli influssi del sessantotto. Più in generale direi che tutta la storia d’Italia appare caratterizzata dal rifiuto della tradizione e dal mancato riconoscimento dei luoghi, un atteggiamento che ha distrutto nel tempo le radici identitarie. Cosicché l’identità nazionale sembra riemergere tra gli italiani solo in occasione di manifestazioni sportive. Ritengo che uno dei canali per risvegliare oggi il sentimento nazionale sia rappresentato dalla riscoperta del patrimonio artistico e culturale. In tal senso si potrebbe coniare l’espressione “patriottismo culturale”, inteso come rinnovato spirito di appartenenza alla nazione che si concreta nella valorizzazione del patrimonio, dei luoghi, dei centri storici e della tradizione nazionale. Il tutto coinvolgendo cittadini, associazioni, enti nella cura e nella gestione del patrimonio nel tentativo di rinsaldare senso civico e appartenenza nazionale.

Sul tema del multiculturalismo, può esistere una società multiculturale in grado di non danneggiare il prossimo? Come si può governare la sfida del multiculturalismo, evitando il rischio di appiattimento di una cultura rispetto all’altra?

Come ricorda uno degli autorevoli intervistati, all’interno del volume, non è certo semplice far convivere culture, religioni, tradizioni differenti solo su un sistema di leggi che le tenga insieme. I legami sociali, infatti, scaturiscono dalla condivisione di valori e radici di natura identitaria, storica ed ideale. Di certo non è ammissibile l’appiattimento di una cultura rispetto ad un’altra come, per certi versi, sta accadendo in Occidente rispetto alla religione islamica. E allora per favorire una migliore integrazione è necessario rinsaldare e rafforzare le originarie identità che, al contrario, tendono sempre di più ad affievolirsi sotto i colpi della globalizzazione, dei flussi migratori, e dalla neutralità di valori che caratterizza oggi le società occidentali. Ciò può certamente favorire una pacifica convivenza tra culture differenti purché ad ognuno sia concesso di manifestare le proprie credenze senza intaccare, o peggio offendere, quelle altrui. Allo stesso modo è necessario garantire aiuti e promuovere sviluppo nei Paesi da cui maggiormente hanno origine i flussi migratori.

Carolina Venco