Austria, Hofer perde (per ora) a causa delle scarse alternative anti-Ue

di Gennaro Malgieri
5 Dicembre 2016

Norbert Hofer non è diventato presidente della Repubblica, ma il partito liberal-democratico (Fpö) è il primo partito in Austria. Considerando che il capo dello Stato non conta quasi niente, mentre tutto il potere è nelle mani del cancelliere, il leader nazionalista Heinz-Christian Strache può ben sperare nella rivincita in tempi ravvicinati.

Il 46,7 per cento ottenuto da Hofer, sostenuto soltanto dal suo partito, contro il 53% del vincitore Alexander von der Bellen, rappresentante di tutto l’arco politico che ha fatto muro contro colui che fino a qualche giorno fa veniva dato come vincitore, fa ben sperare. Per il semplice fatto che alle elezioni politiche ogni partito correrà per se stesso e non sono previste ammucchiate tali da sbarrare il passo a chi prende più voti. Dunque, il fronte progressista austriaco, nel quale si sono intruppati anche i democristiani che a lungo, insieme con i socialisti, in alternanza o in coalizione, hanno governato, può cantare vittoria per una giornata. Da domani avrà di che riflettere su quei milioni di elettori che si sono riconosciuti nel solo Hofer e che determineranno la quasi sicura svolta politica nel Paese. In chiave nazionalista, se si può ancora usare questo termine, posto che “populismo” è fin troppo usurato. Diciamo allora popolare.

E che ancor più popolare possa diventare la piattaforma dei liberal-democratici lo sa bene Strache, leader indiscusso del partito. Al Fpö non basta agitare i soliti i logori fantasmi della congiura tecno-burocratica per conquistare il consenso, né sbandierare ai quattro venti che l’Unione europea è una catastrofe: lo sanno tutti, ormai (e questo vale per i movimenti identitari continentali di qualsiasi sfumatura e tendenza).

Occorre una proposta per superare l’Unione così com’è e recuperare il sentimento politico che deve essere alla base di una autentica Confederazione nella quale tradizioni, usi, costumi, differenze vengano tutelate ed armonizzate. Insomma, non basta  sostenere che l’uscita dalla moneta unica risolverebbe tutti i problemi, anche perché non è vero (altri se ne aggiungerebbero), ma far sapere qual è l’alternativa di fronte ai rapidi mutamenti che coinvolgeranno anche l’Europa, inevitabilmente, dopo la dissoluzione degli scenari geo-politici ai quali stiamo assistendo come spettatori inerti piuttosto che come soggetti attivi.

Se c’è un limite nelle politiche espletate dai movimenti popolari e nazionali, a forte caratura identitaria, è da ravvisare nella mancanza di proposta correlata ad una diagnosi per quanto quasi sempre condivisibile. Hofer, non diversamente da altri politici europei a lui assimilabili, non è stato forse abbastanza chiaro ed esplicito su che cosa dovrebbe essere l’Austria  svincolata dai parametri comunitari. Ma questa è soltanto una concausa della sua sconfitta. Il motivo reale per cui ha perso, pur  paradossalmente vincendo (lo ripetiamo: il suo partito è di gran lunga il primo), è stato quello di non aver saputo o potuto costruire una base progettuale intorno alla quale far convergere anche coloro che magari per impaccio o timidezza hanno preferito appoggiare il suo corrente.

Insomma, gli identitari d’Europa prima cominciano a fare politica con prospettive meno deteriorabili dal tempo e meno aggredibili dagli avversari e maggiori possibilità di vittoria avranno. Tutta qui la lezione austriaca.