L’Europa invoca l’indipendenza grazie a Trump, ma saprà badare a se stessa?
15 Novembre 2016
Populisti, identitari, nazionalconservatori non si facciano eccessive illusioni: Donald Trump sarà il capo di un’amministrazione che come tutte le precedenti, di qualsiasi segno, certamente non agevolerà una politica filo-europea. Potrà, per motivi strategici, tattici o puramente contingenti, favorire, a certe condizioni, l’indipendenza europea dagli Stati Uniti, per esempio sui trattati commerciali o in vista di una revisione della Nato, ma si guarderà bene dall’innescare processi di autodeterminazione come qualcuno tra i parvenu “destristi” d’Europa immagina.
Trump è un populista (e preciso subito che a questo termine non dò una valenza negativa, al contrario…) che interpreterà in chiave antiglobalista – se manterrà fede a quanto ha detto in campagna elettorale – il ruolo dell’America interpretando le richieste della classe media e degli “esclusi” che ne hanno determinato l’elezione.
L’Europa è un condominio del Monopoli politico per Trump come per qualsiasi altro governante statunitense. È senza dubbio positivo che faccia intendere di non volersi intromettere negli affari dell’Unione gettando così nel panico gli europeisti che dell’atlantismo hanno fatto una sorta di religione. Ma non è privo di ragionevolezza che i suoi propositi isolazionisti e protezionisti tendano a ricreare le condizioni di un nuovo protagonismo americano fondato sulla salvaguardia della nazione da attacchi esterni e da crisi di legalità interna. Ciò che non hanno fatto né George W. Bush, né Barack Obama, le cui velleità di esportatori di democrazia e di dialoganti a senso unico con il mondo arabo-musulmano, hanno prodotto danni irreversibili di fronte ai quali è comprensibile la riserva di Trump a tenersi stretto il suo Paese piuttosto che lanciarlo in avventure che potrebbero aggravare la sua tenuta sociale e politica.
Si spiega così il rapporto privilegiato con Putin dal quale potrà scaturire un nuovo ordine mondiale fondato sull’autonomia concertata delle grandi potenze; un ordine dal quale l’Europa, sempre più ondivaga, frastornata e divisa, potrebbe essere esclusa non certo per volontà dei due capi di Stato, ma per la sua insipienza. Del resto, se la prima “uscita” del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, è stata quella di di tirare uno schiaffo a Trump, si capirà facilmente quale sarà l’atteggiamento della nuova amministrazione nei confronti dell’Ue. I due terzi dei governi dell’Unione sono decisamente contrari al presidente eletto, a prescindere da quel che farà. L’internazionale democratica (di sinistra) è inimmaginabile che si mostri incline a comprendere le ragioni di una vittoria che non aveva neppure contemplato, figuriamoci quelle di una politica che promette di travolgere antiche consuetudini.
Ma, nello stesso tempo, non riusciamo a scorgere tra i populisti europei quell’energia necessaria per favorire cambiamenti che possano conciliarsi con le tendenze americane. Non basta salire più o meno all’ultimo momento sul carro del vincitore per sentirsi parte di un progetto mondiale di cambiamento. È piuttosto necessario elaborare una cultura politica dell’appartenenza che guardi al mondo mediterraneo e si assuma la responsabilità di rappresentarlo come componente essenziale di una sfera d’influenza capace di legarsi all’Europa slava per dimostrare agli Stati Uniti la sua capacità di costruire alleanze sia in chiave di sicurezza dell’Occidente che nel traghettare politiche di solidarietà in aree, come quella africana, soggette al terrorismo islamista e al tribalismo elevato a forma-Stato: entrambi fattori di immigrazione e fughe incontrollate verso il nostro Continente.
L’Europa – e in particolare i populisti, gli identitari, i nazionalconservatori – sarà in grado di pensare se stessa come un ponte tra diversi e porsi al centro di un nuovo ordine mondiale?
Da questo interrogativo non si può prescindere, qualsiasi cosa faccia Trump o immagini Putin.