Uno vale uno, ma alcuni valgono più uno di altri

di Daniele Dell'Orco
15 Febbraio 2019

Il lento, inesorabile processo di trasformazione del Movimento 5 Stelle da “anti casta” a “nuova casta” appare ogni giorno più palese. Fa accordi per governare con altri soggetti come un partito qualunque. Rinuncia al giustizialismo quando si rischia di nuocere a se stessi come un partito qualunque. Stravolge i processi di selezione dei candidati alle elezioni politiche in base a criteri diversi dai consensi della base come un partito qualunque. Restituisce parte delle indennità per usarle come mancette elettorali come un partito qualunque. E ora, getta alle ortiche anche il principio fondatore, il dogma intoccabile, il mantra che ha consentito a un disoccupato cronico di diventare Ministro del Lavoro: uno non vale più uno.

Proprio Luigi Di Maio, quello del “gli esperti con la laurea li abbiamo visti all’opera e abbiamo visto come hanno ridotto l’Italia” ha annunciato che nella Open Candidature, la funzione di Rousseau che serve per candidarsi alle elezioni europee, dà rilievo a una serie di competenze che seppelliscono il tradizionale egualitarismo, al ribasso, dei 5 Stelle. C’è persino un «sistema di note di merito». Tra queste ci sono, udite udite, persino le lauree: “Triennale o specialistica o un dottorato di ricerca o un master post-laurea”. E poi la conoscenza della lingua inglese, almeno al livello B2, intermedio superiore. Dulcis in fundo, c’è una categoria del tutto nuova in cui ci si può riconoscere: quella dei “supercompetenti”. I tecnici, in sostanza. Quelli che sono stati travolti dalla valanga a 5 stelle negli scorsi anni poiché ritenuti “casta”.

Un Di Maio qualsiasi quindi, se partecipasse all’attuale Open Candidature, verrebbe di certo messo all’angolo.