Una lunga estate di slogan, poi le urne

di Daniele Dell'Orco
22 Maggio 2018

Che strana questa democrazia diretta: 45mila persone su Rousseau avrebbero dato il via libera al contratto di governo con la Lega. Lo stesso numero di persone che ieri sera era a San Siro per l’addio al calcio di Pirlo. Uno stadio, nemmeno strapieno di gente, che decide per 11 milioni di elettori. Stessa storia quella che riguarda i banchetti piazzati in diverse città italiane dalla Lega, con la raccolta firme per esprimere favore o dissenso sulla linea intrapresa da Salvini. Peccato che, per principio antropologico, i potenziali firmatari per il no semplicemente non si esprimono. E quindi a fine giornata sulle liste appaiono gioco forza (quasi) solo i nomi di chi si dice d’accordo. Un pugno di persone, con sistemi di consultazione rivedibili, dovrebbe rappresentare il volere della maggioranza del popolo italiano, e legittimare la figura di un Primo Ministro mai così debole, mai così secondario, mai così sconosciuto.

Per carità, che i curricula non siano sempre sinonimo di competenza è piuttosto conclamato (e pure che siano ormai carta straccia, visto che il NYT sta già sconfessando quello di Conte), ma se Terza Repubblica doveva essere, diciamo che non parte nel più ortodosso dei modi. Soprattutto, non tiene conto di una cosa fondamentale: la Politica. La Politica non si fa nelle stanze del Quirinale, semmai fuori. La Politica non si fa nell’aula di Montecitorio, semmai in Galleria Alberto Sordi. La Politica, soprattutto, non si fa a Palazzo Madama, semmai nei ristoranti intorno a Piazza Navona. E proprio tra quei commensali si decideranno le sorti di un esecutivo quantomeno sui generis. Perché al Senato il governo Lega-M5S può contare su una maggioranza di soli sei uomini. E se la truppa leghista vanta una compattezza quasi militare, lo stesso discorso potrebbe non valere per i grillini. Gli «ortodossi», per il momento, voteranno la fiducia. Ma qualcuno «non esclude» un no ai provvedimenti cari al Carroccio. Ci mette la faccia la senatrice napoletana Paola Nugnes, considerata vicina a Fico. In un’intervista al sito Fanpage l’ortodossa ha spiegato: «Voterò la fiducia, ma non voterò una legge sull’immigrazione, né la flat tax, una tassa iniqua e liberista».

Al centro delle preoccupazioni dello stato maggiore M5s ci sono almeno cinque «portavoce» a Palazzo Madama. Sicuramente Di Maio non si fida della Nugnes. Ma l’ex Idv Elio Lannutti ha detto la sua a chiare lettere: «Cambiamento o restaurazione? Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotti, legati a cricche, combriccole e faccendieri, logge coperte, grembiulini, pseudo Autorità e manutengoli del potere». Il senatore amico di Grillo critica Giuseppe Conte e Giampiero Massolo, chiosando: «Se così fosse sarebbe una tragedia e il tradimento di un sogno». Un altro: «Un governo guidato dal Conte Dracula…». Tra i «critici» c’è il senatore di Savona Matteo Mantero, Nicola Morra è ondivago e il neo eletto Vincenzo Presutto è uno degli uomini più legati a Fico. Nel frattempo nel M5s durante l’assemblea dei parlamentari di ieri sera, c’è stato un «confronto interno» sulla squadra di governo. Punto sul quale ci sarebbero già le prime polemiche.

Insomma, siccome da che mondo è mondo i contratti sono fatti per non essere rispettati, e siccome quello tra Salvini e Di Maio è l’unico contratto firmato nella storia dell’umanità che non prevede penali per chi non lo rispetta (o almeno non sono esplicitate), il rischio è quello di doverlo tenere in ghiaccio il più possibile durante la torrida estate di pubbliche relazioni. E di zero iniziative. Quando poi ci sarà da parlare di temi, quelli veri, i franchi tiratori pentastellati si muoveranno di conseguenza. Magari uscendo dal raggruppamento grillino per portare a casa un paio di stipendi (pieni) in più prima delle urne. Perché tanto, prima di Natale, alle urne si tornerà.