Un governo neutrale non esisterà mai

di Daniele Dell'Orco
8 Maggio 2018

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha annunciato che nominerà un “governo neutrale, di garanzia” nel tentativo di superare la crisi politica e approvare una legge di stabilità che eviti l’aumento automatico da 12,5 miliardi di euro dell’IVA e delle accise che scatterà nel 2019. Il “governo neutrale” di Mattarella, però, prima ancora di nascere e avere un capo e dei ministri ha già la vita molto difficile. Soltanto il PD e alcune formazioni minori hanno annunciato che gli voteranno la fiducia, mentre centrodestra e Movimento 5 Stelle hanno annunciato che voteranno contro e, con l’eccezione di Forza Italia, hanno tutti chiesto elezioni anticipate alla prima data utile, indicata da molti come il 22 luglio.

Il termine in questione, mai usato nella storia della Repubblica e necessario come vizio di forma per via dell’impossibilità di utilizzare termini come “governo tecnico”, dovrebbe indicare un esecutivo di responsabilità che guidi il Paese a nuove elezioni, e che resterebbe in carica al massimo fino alla fine del 2018.

Mattarella, probabilmente, nominerà il prossimo presidente del Consiglio già questa sera o al massimo domani. Nel suo discorso al termine delle consultazioni ha detto che sarà una figura non politica e che non si candiderà dopo aver espletato il suo mandato. Non serve un genio, però, per capire che la politica non funziona come un qualsiasi Commissariamento. Non c’è alcun tipo di garanzia che i membri dell’esecutivo del presidente non concorrano alle prossime elezioni. Di più, non c’è alcun tipo di garanzia che i “neutrali” lascino l’incarico a dicembre. Quello che fa Mattarella è in sostanza prendere dei tecnici e darli in pasto al Parlamento. Che, da par suo, o vota la fiducia o non la vota. Se la vota, è perché condivide programmi e iniziative volta per volta che potrebbero dunque non avere una chiara scadenza temporale e soprattutto non sarebbero affatto “neutrali”, visto che i numeri dovrebbero provenire da un determinato schieramento, composto magari da centrodestra in blocco e “miracolati” 5 Stelle che mai e poi mai vorrebbero tornare alle elezioni. Ma in fin dei conti non sarebbe l’ipotesi caldeggiata da Salvini, Berlusconi e Meloni? Viceversa, se non la vota, non la vota. Da subito. E in tal caso il presidente non potrebbe fare altro che sciogliere le camere.