Tre soggetti politici tutti alla pari, ma che fanno danni appena si muovono

di Daniele Dell'Orco
20 Febbraio 2017

Nel domino dei partiti politici italiani in via di ricollocamento c’è un’unica certezza: mai come ora parlare solo alle proprie cerchie è assolutamente controproducente. La vera sfida sarà mostrarsi più affidabili possibile agli occhi di anche solo una manciata di quel 34,1% di persone che, già da tempo, ha smesso di votare.

La scissione del Pd, che sembra ormai inevitabile, dà vita a un nuovo soggetto politico che registra già una lieve crescita di consenso rispetto alle primissime voci di una spaccatura anti-renziana: dal 3,7% al 4,3% sul totale degli elettori (6,5% sui voti validi). Se si aggiungono gli elettori potenziali, cioè quelli che sebbene dubbiosi non escludono di poterla votare (2%, che diventa il 3% dei voti validi), il consenso passa dal 5,6% al 6,3%. All’incirca la metà dell’elettorato potenziale (3,2%) proverrebbe dal Pd mentre gli altri dall’astensione, da altre liste di sinistra e dal M5S.

Sono tutti dati assolutamente aleatori, ma che danno l’idea di quanto la divisione del Pd, parallelamente alla fondazione di Sinistra Italiana, possa sgretolare leggermente le certezze dei pentastellati, i cui elettori non hanno mai visto di buon occhio alleanze improbabili e larghe intese, ma che potrebbero invece ritrovare entusiasmo intorno a soggetti politici più circoscritti ma con le idee ben chiare. Il Movimento 5 Stelle, numeri alla mano, si conferma comunque al primo posto nel sondaggi, con il 30,9% dei consensi, seguito a ruota proprio dal Pd tutto renziano con il 30,1%. Sulle stesse identiche percentuali si assesterebbe un ipotetico centrodestra riunito, con Forza Italia (13%) e Lega (12,8%) che, insieme a Fratelli d’Italia (4,3%), superano il 30%.

Chiaro allora che ad oggi chi saprà interloquire meglio con la cosiddetta “area grigia” degli astensionisti, che da tempo rappresenta il primo partito, potrebbe avere qualche speranza in più. Oltre al partito degli sfiduciati la prova più ardua sarà invece convincere parte degli elettori pentastellati a tornare sulle vecchie posizioni, alla luce pure degli scandali politici che soprattutto intorno al Campidoglio stanno facendo crollare la reputazione grillina.

Sono solo freddi numeri, si badi bene. Anche perché le recenti evoluzioni politiche dimostrano che i partiti politici italiani, quando si tratta di interloquire (che sia tra loro o con gli elettori) sono tutt’altro che fenomeni. Dal Congresso di Rimini il nuovo segretario di Sinistra Italiana Fratoianni ha già messo in chiaro le cose con la minoranza dem: “Se la scissione dovesse portare a nuove articolazioni nei gruppi parlamentari vorrei vedere cosa faranno nel momento in cui si dovesse la fiducia al governo Gentiloni. Nel momento in cui si vota il decreto sicurezza di Minniti se doveste votare a favore la nostra interlocuzione finirebbe”. E via con i muri alzati. Lo stesso muro ancora decisamente insormontabile che vige tra la Lega e Forza Italia, che solo in linea teorica sarebbero competitivi insieme, visto che dal punto di vista pratico di intese da costruire non se ne parla. Renzi, dal canto suo, preferirebbe non dover parlare proprio con nessuno, trasformando pian piano il Pd in quel famoso Partito della Nazione in grado di far gola a tutti i moderati.

Ma se l’ex Premier individua in quell’area un potenziale elettorato da inglobare significa che degli spazi scoperti ci sarebbero. ma così, finché il centrodestra bisticcia e non si rende disposto e disponibile ad evolversi in un unico polo sovranista e identitario, la possibilità di interferire nelle logiche grillo-renziane continua a rasentare lo zero.