Se aumentano i bamboccioni la colpa di chi è?

di Daniele Dell'Orco
18 Dicembre 2018

Non è l’inventore del termine “bamboccione”, da tempo parte della parlata corrente. Ma è certamente colui che lo ha sdoganato ad alto livello. Si tratta di un personaggio autorevole della politica e dell’economia, ovvero Tommaso Padoa-Schioppa, economista ed ex ministro delle Finanze nell’ultimo governo Prodi e scomparso nel 2010. È stato lui, in un’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, il 4 ottobre del 2007, a sorprendere tutti con una battuta infilata nel mezzo di una discussione sulla Finanziaria e i conti pubblici. “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa” disse. «Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. È un’idea importante”.

Va da sé che il ministro fu sommerso da reazioni critiche. Alcune peraltro giustificate, anche se, come spesso accade quando ci si abbandona a definizioni sociali magari un po’ leggerine ma comunque adatte a sollevare una questione reale, la verità sta nel mezzo. Lo era allora, e lo è adesso.

Secondo i dati Eurostat diffusi ieri, dopo un leggero calo del 2016, torna a crescere il numero di quanti, avendo un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, preferiscono restare a casa. Si tratta infatti del 66,4% dei ragazzi: il dato europeo più alto dopo Croazia, Malta e Grecia. Molti di loro sono vittime di regole d’ingaggio del mondo del lavoro che penalizzano le giovani generazioni, che non offrono sbocchi professionali adeguati né tantomeno tutele in grado di creare prospettive di vita autonome. Molti altri, però, hanno davvero maturato una tendenza a vivere all’ombra della famiglia, incapaci di farsi carico degli oneri dell’esistenza.

La distanza dal resto dell’Europa aumenta per la fascia tra i 25 e i 34 anni, quella nella quale si dovrebbero aver terminato gli studi per cominciare a lavorare. E se in Italia tra i 25 e i 34 anni vive con i genitori quasi un giovane su due (il 49,3%) la percentuale è del 14,9% in Gran Bretagna, del 13,5% in Francia e del 17,3% in Germania, mentre nei Paesi del Nord Europa si resta al di sotto o poco sopra il 10% (Svezia al 6%, Olanda all’11,4%).

A lasciare con difficoltà la casa dei genitori sono soprattutto i giovani di sesso maschile: tra i 18 e i 34 anni gli italiani che dichiarano di vivere a casa con mamma sono il 72,7% del totale, contro il 59,8% delle femmine nella stessa fascia di età (43,5% in Europa). Il divario cresce nella fascia tra i 25 e i 34 anni, con il 57,9% dei maschi italiani ancora con i genitori (37,7% la media Ue, 4,3% in Danimarca) a fronte del 40,6% delle giovani donne (23,5% in Europa, 1,9% in Danimarca).

La sensazione è che una disparità del genere rispetto soprattutto ad alcuni Stati che non sembrano offrire molte più opportunità del nostro sia figlia di un duplice fattore: agli strascichi della crisi economica e alla diffusione del precariato a tutti i livelli pare si sia affiancato un fenomeno culturale tutto italiano per cui le generazioni di 50enni, 60enni, cresciute in un contesto politico ed economico diverso, non siano disposte ad accettare che i figli si debbano muovere in un circuito economico che pretende tanta gavetta, stipendi bassi e zero tutele. Così, finché non salta fuori l’opportunità della vita accettano di farsi loro “tutori” dei figli ben oltre l’età in cui sarebbe legittimo e doveroso farlo. E i giovani, spesso, preferiscono trascorrere la propria di gioventù all’interno del clima mite del nido familiare.