Scissione Pd, il gruppo dei bersaniani porta con sé quasi 2 milioni di euro

di Daniele Dell'Orco
24 Febbraio 2017

Il Pd primo partito al 28%, nonostante la scissione a sinistra. Ecco come un sondaggio di Swg fotografa l’attualità politica, dopo le turbolenze tra i democratici. La stessa rilevazione indica che un’alleanza tra democratici e centristi – ma senza bersaniani e civici di Giuliano Pisapia – avrebbe la meglio sul centrodestra dopo un testa a testa all’ultimo voto: 31,8% contro 31,2%. E il Movimento cinque stelle? Seconda forza politica, ma terzo polo elettorale nonostante il 25,3% stimato al 23 febbraio.

Per Matteo Renzi la frattura sul fianco sinistro non sarebbe indolore. Il Pd è infatti segnalato al 28%, in calo di 3 punti nell’ultima settimana, ma ai dem vanno sommati il 3,3 di Ncd e lo 0,5% degli altri centristi. La somma dell’area di sinistra, invece, tocca quota 9,4%. Con questa distribuzione dei pesi: 3,9% al Campo progressista di Pisapia, 3,2% al partito di Bersani e D’Alema, Rossi e Speranza, 1,5% a Sinistra italiana e 0,8% a Rifondazione comunista.

Alla fine lo psicodramma della scissione del Pd pare risolversi in una fuoriuscita di 20 deputati e 12 senatori. Quanto basta per formare gruppi parlamentari, e un sostanziale calo rispetto alle aspettative di Pier Luigi Bersani che le liste le compilò di proprio pugno, nel 2013, quando era segretario del partito che intende lasciare. I gruppi bersaniani verranno rimpolpati da parlamentari che fanno riferimento ad Arturo Scotto, separatosi a sua volta da Sinistra Italiana: ma resta da vedere se due gruppi scissionisti faranno una forza coesa e soprattutto come.

Se per il Pd la scissione si traduce in una perdita di circa 3 punti percentuali, la dipartita della minoranza dem comporta anche una perdita economica per le casse del partito. Il Parlamento, com’è noto, eroga 58 milioni di euro l’anno nelle casse dei gruppi parlamentari, come contributi per l’attività politica. Questi soldi servono ai politici a pagare le loro spese correnti e il personale di cui hanno bisogno, come funzionari, esperti giuridici e di comunicazione. Con la riduzione dei soldi diretti ai partiti, i gruppi parlamentari sono diventati attori politici più rilevanti rispetto al passato. Per esempio, sono loro a finanziare parte della comunicazione del partito. Possono acquistare spazi pubblicitari e organizzare eventi: formalmente solo per promuovere la loro attività parlamentare ma, come sottolineato più volte, è molto labile il confine con la propaganda politica del partito.

I contributi vengono ponderati in base al numero dei membri di ciascun gruppo parlamentare e si traducono in circa 49mila euro per ogni deputato e quasi 60mila euro per ogni senatore. All’anno, ovviamente. Il Partito democratico (Pd), in qualità di gruppo più numeroso, fa la parte del leone incassando, come recita l’ultimo dossier di Openpolis, fra Camera e Senato, 38,5 milioni. E il Movimento 5 Stelle (M5S) occupa il secondo gradino del podio con 13,4 milioni.

Facendo un rapido calcolo basato sulla stima dei fuoriusciti dal Pd fatta poc’anzi (molto, molto ma molto al ribasso), i 32 parlamentari bersaniani porterebbero con sé in dote un milione e 700mila euro complessivi se la legislatura terminasse nel febbraio 2018, data della sua naturale scadenza.