Ruota tutto intorno a Lui

di Daniele Dell'Orco
18 Maggio 2018

Ma Lui Lui? Sì, Lui. Per dirla con Sorrentino. Il gioco di trame, alleanze, programmi che dicono tutto e nulla, che non fanno felici ma nemmeno scontentano, proposte che non danno modo al centrodestra di sfasciarsi del tutto ma nemmeno di votare la fiducia a un nuovo governo gialloverde, ha una strategia ben precisa: tenere a bada Silvio Berlusconi. Lo stallo politico non a caso, fin dalle primissime ore che hanno seguito il voto del 4 marzo, è stato attribuito a Lui. Che si è presentato alle elezioni da incandidabile, gettando nella fossa dei leoni solo pochi giorni prima delle urne un premier “a perdere” (Antonio Tajani) e comportandosi da mamma chioccia con gli altri due leader di centrodestra mostrandosi restìo ad accettare di non essere più il volto del partito guida dei moderati. Che poi, in quella coalizione, di moderato è rimasto solo Lui.

All’inizio delle consultazioni, e soprattutto presa coscienza del risultato delle regionali in Molise e Friuli, Berlusconi ha più volte rivendicato un ruolo di rilievo all’interno del nuovo esecutivo, senza accettare i veti dei grillini che hanno sì più del doppio dei suoi elettori, ma che non potevano comunque avanzare pretese politiche che non fossero di rottura. Alla fine Berlusconi è stato convinto a fare un passo di lato, come se, tolto di mezzo Lui, l’Italia avrebbe dalla sera alla mattina potuto avere quel famoso governo votato dai cittadini di cui si parla da anni. Invece, i cittadini rischiano di ritrovarsi un governo che non solo non hanno votato, ma che la maggior parte di loro non avrebbe mai voluto vedere. Gli elettori grillini del Sud che consegnano le chiavi di Palazzo Chigi a Salvini (o chi per lui), e allo stesso tempo gli imprenditori del Nord hanno votato Lega per avere autonomia e federalismo e invece si ritrovano a dover fare spazio alle istanze dei terroni.

Tutto per fare un dispetto a Lui.

Con tempismo quantomeno sospetto, Berlusconi è tornato candidabile proprio nelle stesse ore in cui ha deciso di fare quel “gesto di responsabilità” a più riprese invocato da Lega e M5S, e che alle orecchie dei suoi più fidati consiglieri sarà suonato più o meno così: “Dagli una chance, tanto non si accorderanno mai. E se lo faranno, perderanno voti”. Entrambi. E chi sarà il principale soggetto politico in grado di sfruttare una possibile diaspora di consensi? Lui, ovviamente. Per questo, e per decine di altre ragioni più o meno accettabili, Salvini si trova “costretto” a portare avanti il dialogo con Di Maio, perché a questo punto far saltare il banco e tornare alle urne potrebbe costargli chiaro. Ben più caro di quel 3,4% di voti in più di Forza Italia riscossi dalla Lega il 4 marzo, quegli stessi che gli hanno dato una (forse unica) possibilità di fare un governo. E per di più un governo senza di Lui.

È con ogni probabilità l’argomento all’ordine del giorno del Consiglio federale convocato dalla Lega per decidere ufficialmente se imbarcarsi o no nell’avventura con i pentastellati. Salvini del resto ci ha già messo la faccia. «Sono orgoglioso del lavoro fatto in questi giorni», diceva sottolineando la mole di lavoro «in un tempo limitatissimo, altro non ne vogliamo portar via». Ottimista, si dichiarava, ma «bisogna essere anche realisti: ci sono scelte che dipendono da noi e scelte che dipendono da altri». Più che ai Cinque stelle, con i quali ormai «la quadra si trova velocemente», il riferimento era agli alleati di centrodestra, a una insofferente Meloni, ma soprattutto a Lui. Confermando la sua lealtà alla coalizione, il capo leghista chiedeva in pratica di non essere boicottato, di consentirgli di provare. «Se c’è qualcuno che vuole rompere lo dica, non sono io. Ci hanno offerto ministeri su ministeri e abbiamo sempre detto di no. Se qualcuno nel centrodestra si rimangia la parola e vuole fare casino non ha che da dirlo…». Salvini non ha gradito «alcune parole eccessive di alcuni alleati, che non conoscono il lavoro che stiamo facendo, e che si potrebbero risparmiare. Noi siamo rimasti in un’alleanza con alcuni partiti, penso a Forza Italia, che ha sostenuto governi, in passato, che hanno massacrato gli italiani. Qui c’è qualcuno che polemizza per una settimana di lavoro, giorno e notte, sulle cose da fare per il Paese», lamentava Salvini.

Certo, la storia insegna che avere un Berlusconi con il sangue agli occhi all’opposizione, magari anche dentro il Parlamento, dopo eventuali elezioni suppletive in qualche collegio blindato a scelta di FI in cui sacrificare qualche pedina per farlo rientrare, non può far lavorare granché tranquilla una maggioranza che già per composizione rappresenta un mix esplosivo, che ha contro buona parte dell’UE (diciamo quasi tutta), e che ha in Mattarella non tanto un sostenitore quanto piuttosto un marchigiano picchettato dietro la porta di casa pronto a riscuotere il dovuto, e con gli interessi, al minimo passo falso.

Insomma, prima il problema era Lui, ora il problema è inventarsi tutte le soluzioni possibili per tenere Lui lontano da Palazzo Chigi. E per fortuna che era finito.