Nelle elezioni americane vince l’antipolitica

di Daniele Saponaro
7 Novembre 2016

Il prossimo otto novembre gli americani saranno chiamati alle urne per eleggere il loro quarantacinquesimo presidente, dopo gli otto anni della gestione Obama.

Come sempre accade quando ci sono di mezzo le elezioni americane, i protagonisti di questa corsa alla Casa Bianca hanno riempito per mesi e mesi le pagine e i palinsesti di tutti i giornali e le televisioni del mondo. Una calamita talmente forte da attirare l’attenzione proprio di tutti, dai bookmakers alle celebrità dello spettacolo e dello sport, passando anche immancabilmente per le chiacchiere al bar.

Si è detto di tutto, con più o meno faziosità: dal rischio di quanto potrebbe cambiare lo scenario internazionale se vincesse uno, alla paura di come tutto potrebbe rimanere allo stato attuale se a spuntarla fosse l’altra. Si è parlato dei vari supporters d’oltreoceano, chi dovrebbero tifare Europa e Russia, e quanto stanno influendo in questa sfida i finanziatori arabi.

Attirati dalla portata globale di questo evento in pochi si sono però concentrati su quanto queste elezioni possano veramente rappresentare uno spartiacque per il popolo americano, segnando una spaccatura fino ad oggi inesistente tra gli elettori e i propri rappresentanti.

Per arrivare a comprendere quanto potrebbe succedere, bisogna fare qualche passo indietro, e provare a ricordarsi quanto gli americani ci tengano al momento in cui vanno a decidere il nome del loro Presidente, la realizzazione della democrazia per eccellenza. Cittadini privati pronti a investire tempo e denaro, pur di sostenere il loro candidato; atteggiamento difficile da immaginare in tanti altri Paesi, semplicemente incomprensibilmente nel nostro. E poi l’ “inauguration day” la cerimonia dell’insediamento il 20 gennaio successivo alle elezioni, con il neoeletto che percorre tra la gente festante la Pennsylvania Avenue (non è la prassi, ma è accaduto nelle ultime occasioni) prima di arrivare alla Casa Bianca.

Insomma, solitamente questo periodo negli Stati Uniti è vissuto con grande emozione, come un momento di confronto aperto a tutti gli americani, concluso dalla festa al loro Presidente, chiamato da quel momento a rappresentarli nel mondo.

Quest’anno però questo incantesimo potrebbe rompersi. I due candidati alla Presidenza sembrano non aver conquistato il cuore dei propri sostenitori, sia dalla parte democratica che da quella repubblicana. Dubbio che diventa una certezza se si analizzano i sondaggi, un’outsider come Gary Johnson sopra il 7% è una grande anomalia per il sistema americano; ora che il traguardo finale è ormai vicino sta scendendo un po’ attestandosi intorno al 5, ma per settimane hai viaggiato sulle cifre sopracitate.

Ma al di la dei numeri, la scarsa fiducia nei confronti di Hilary Clinton e Donald Trump è un sentimento che si respira fra la gente, almeno questo è la sensazione del sottoscritto.

Per motivi prima di studio e poi lavorativi ho avuto l’opportunità di vivere spesso la realtà degli States, e già in tre occasioni sono capitato in coincidenza con le scadenze elettorali: nel 2008 negli atti conclusivi della sfida tra il primo Obama e John Mccain, nel 2012 poche settimane dopo la conferma del presidente democratico ai danni del candidato republiccano Mitt Romney, e infine una decina di giorni fa.

Nei primi due casi l’atmosfera era totalmente diversa, come lo erano i temi e i contenuti delle rispettive campagne: indagini, scandali e inchieste erano lontani dai dibattiti politici che animavano quelle corse alla Casa Bianca, ora invece rappresentano tematiche totalizzanti. A noi italiani la cosa non ci stupisce minimamente, abituati a scontri che hanno totalmente svilito il sentimento più nobile della politica; ma gli americani invece non erano abituati a scendere così in basso, mai gli era successo di arrivare ad arrossire davanti al mondo dei propri candidati alla presidenza, senza distinzione di schieramenti.

Dalla parte democratica infatti Hillary non ha mai convinto, è vero finalmente una donna e anche piuttosto progressista, il profilo potrebbe sembrare perfetto all’elettorato dem, ma i nei sono troppi: tanto per cominciare, come piace tanto dire alla nostra stampa, è da troppi anni legata al “palazzo”, non rappresenta sufficientemente una novità; poi lo scandalo della mail, il popolo americano non hai mai perdonato la poca trasparenza dei propri governanti; infine le troppe responsabilità sulla gestione delle primavere arabe, quell’appellativo di “guerrafondaia” si addice veramente poco ad un partito che appena sette anni fa vide il suo leader insignito del premio Nobel per la pace.

Dalla parte opposta però neanche Trump sembra aver conquistato i cuori dei fedelissimi del partito repubblicano. Esageratamente populista dicono, troppe gaffe durante i dibattiti e poi quelle continue accuse di sessismo, poco importa se siano vere o meno, nella patria del politicamente corretto comunque non te le puoi permettere.

Il malcontento si è percepito forte e chiaro in entrambi le fazioni, e per la prima volta sono apparse sui giornali americani indiscrezioni che parlavano di un avvicendamento dei candidati, sia di quello democratico che di quello repubblicano. La prima preoccupava per la sua salute, apparsa debole e instabile non trasmetteva le necessarie garanzie non solo per arrivare fino in fondo, ma soprattutto per poter poi esercitare al meglio l’incarico in caso di vittoria. Il secondo invece ha ricevuto più volte un fuoco amico dai vertici del suo partito, per nulla contenti e anzi molto spaventati del suo successo alle primarie. Alla fine è tutto rientrato e non si sono viste clamorose sostituzioni proprio durante la volata finale, ma già il fatto che se ne sia parlato è un sintomo importante sullo stato d’animo degli americani in vista dell’otto novembre.

In conclusione, gli americani fino ad oggi aspettavano le elezioni presidenziali come i bambini aspettano il Natale, quest’anno invece non vedono l’ora che tutto passi nella maniera più veloce e indolore possibile.

Solitamente il presidente americano neoeletto viene investito di numerose aspettative dal proprio popolo, questa volta invece sembra che l’interesse maggiore arrivi dall’esterno.

Non è facilissimo dire chi la spunterà, ma certamente non avrà vita facile; e un presidente americano debole in casa propria rappresenta la vera novità questa tornata elettorale, con tutti i vari mutamenti che questa situazione porterà nello scenario politico internazionale.