Il monologo di Renzi in tv e il fallimento della riforma della Rai

di Daniele Dell'Orco
10 Ottobre 2016

Per oltre un Ventennio le forze politiche dell’area di centro-sinistra hanno provato a convincere l’Italia che con Berlusconi fuori dalla scena politica il problema delle “tv come strumento di potere” sarebbe terminato, che un’influenza mediatica come la sua avrebbe distrutto il pluralismo e formato generazioni di lobotomizzati che lo avrebbero votato a forza di guardare Canale 5 e di sentire tg e talk show di parte. Ora che lo spettro dell’ex Cavaliere si è allontanato definitivamente (?) e la democrazia è stata finalmente tratta in salvo, guarda un po’ di cosa si discute a meno di due mesi dal referendum costituzionale? Dell’influenza del premier sulle tv.

Eppure, il premier in questione, è un altro, Matteo Renzi. Che non ha reti di proprietà ma che si può permettere di sbizzarrirsi in un monologo da 33 minuti di domenica su Rai 1, all’Arena di Massimo Giletti, talk show da 4 milioni di telespettatori, solo perché la legge sulla par condicio scatta formalmente la prossima settimana (a 45 giorni dal voto). “Non c’è contraddittorio? Ma che problema c’è! – direbbe un marziano – ci sarà pure un conduttore che fa gli interessi dei telespettatori e che garantisce una trasmissione obiettiva”. Peccato che Giletti, lo stesso che sulla medesima poltrona fece perdere le staffe a Berlusconi, interrotto di continuo dalle sue domande incalzanti, si sia limitato a fare da spalla a Renzi, con qualche domandina sulle manie di persecuzione a causa dei dissidenti Dem, con generiche obiezioni sulla presunta “deriva oligarchica” del Parlamento in caso di vittoria del Sì al referendum ma soprattutto, il colpo di genio, con l’assist al premier che negli 8 minuti non dedicati alla campagna per il Sì ha pensato bene di cautelarsi con le solite promesse di crescita economica e di ricostruzione dei comuni colpiti dal sisma nel reatino. Un toccasana per tutte le signore Maria davanti alla tv che, commosse dai soccorritori, vollero preparare tortellini fatti in casa per pompieri e volontari della protezione civile.

Stasera Renzi rilancia, ospite di Politics su Rai 3, dove risponderà alle domande di 3 giornalisti (Bianca Berlinguer, Stefano Feltri e Tommaso Cerno). Poi vabe’, già che c’è una capatina da Vespa vuoi che non la faccia? L’appuntamento è già in programma, la data ancora top secret. Insomma, a coprire il fianco del premier, sotto attacchi (piuttosto timidi per la verità) sia delle opposizioni esterne che di quelle interne, ci pensa mamma Rai.
Se Brunetta minaccia improbabili denunce all’Agcom, il M5S per ora tace, consapevole che non ci sarebbe nulla di così “illegale” da consentire di sguinzagliare le schiere di giustizialisti. Ma di certo un tale servizio pubblico non è gradevole e un utilizzo del medium televisivo del genere da parte del primo ministro di una democrazia moderna ed evoluta non può lasciare indifferenti. Ma come, la riformata Rai non sarebbe dovuta essere l’ultimo baluardo a difesa del pluralismo? I termini della riforma, sbandierata da Renzi ai tempi come un impegno portato a termine, sono ormai ben noti: via il direttore generale e timone in mano a un a.d. indicato dal ministero del Tesoro. Un Cda non più eletto dalla Vigilanza, ma in parte dal Parlamento, in parte dal governo e in parte dall’assemblea dei dipendenti. Un presidente “di garanzia” che ha bisogno dei due terzi della commissione di vigilanza. I partiti in Rai ci sono rimasti, eccome.

Ma siccome Floris su La7 fa in prima persona velatamente campagna per il No, e questa cosa a Renzi proprio non va giù, allora il diktat diventa: “Basta confronti sulla rete di Cairo, piazziamo i comitati per il Sì a Viale Mazzini”.  Mentana, pilastro del settimo canale, lo ha pure difeso: “Nessun politico in campagna elettorale può concedersi di non mandare i suoi in una rete televisiva, soprattutto se è quella più votata al confronto politico. Ma specularmente, nessuna rete televisiva, e soprattutto quella più votata al confronto politico, può fare a meno dello schieramento. Insomma, il vino buono non può fare a meno della bottiglia e del bicchiere. Ma anche loro non possono permettersi di riempirsi solo di vino rosso”. Metafora efficace, ma che a quanto pare per le trasmissioni di Giletti non vale.

A proposito di riforma Rai: detto che i partiti ci sono dentro fino al collo, e che le “tendenze filo-governative” si percepiscono chiaramente, c’è pure da sottolineare un altro aspetto, quello dell’introduzione del canone in bolletta. Altra idea rivoluzionaria, a sentir Renzi, che tuttavia ha fruttato 300 milioni di gettito in meno rispetto a quello previsto (poiché a quanto pare l’evasione non era poi così capillare). Ma non solo, il provvedimento rischia addirittura di trasformarsi in autogol, visto che, con l’inserimento del canone in bolletta, l’azienda entra a far parte dell’elenco delle amministrazioni pubbliche, con conseguente monitoraggio sui conti uguale a quello riservato agli enti pubblici.

Secondo una disposizione europea del 2010, detta “sec 2010”, fa parte della p.a. chiunque venda meno del 50% della sua produzione a privati. Fino all’anno scorso, pagando il canone col bollettino, gli italiani sostanzialmente “compravano” direttamente dalla Rai in veste appunto di privati. Con l’inserimento del canone nella bolletta elettrica, al contrario, il canone diventa una tassa pagata all’erario e solo successivamente trasferita alla Rai. Dunque a causa di questo meccanismo la tv pubblica scende al di sotto del 50%, divenendo de facto un ente pubblico.
Così, a partire dal prossimo anno, i tagli alla spesa pubblica potrebbero interessare anche la Rai, con conseguente rivisitazione dei criteri di assunzione futuri (solo tramite concorso, ad esempio) e impossibilità di organizzarsi da sola le gare d’appalto in deroga al codice dei contratti pubblici, che renderà nel caso ancor più difficoltoso competere con Mediaset, La7, Sky e Discovery.
Insomma, se la riforma della Costituzione di cui il premier va così entusiasta dovesse sortire gli stessi effetti di quella della Rai, ci sarebbe da essere tutt’altro che ottimisti.