Migranti, sindaci e cittadini: dallo Stato nessun aiuto e solo belle parole

di Daniele Dell'Orco
3 Gennaio 2017

Un campanello d’allarme. L’ennesimo. Le politiche di smistamento dei 180mila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2016 sono dannose, creano disagi a tutti: alle istituzioni, alle comunità locali e ai profughi stessi. L’ultimo esempio arriva dal centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dove è scoppiata una rivolta in seguito alla morte all’interno della struttura di un’ivoriana di 25 anni. Sandrine Bakayoko, che era in attesa di una risposta alla domanda di asilo politico, avrebbe accusato un malore verso le 8 di mattina, ma i soccorsi sarebbero arrivati solo alle 14, quando la donna era già priva di vita.

La situazione è così degenerata in protesta, con mobilio e oggetti dati alle fiamme ma pure con gli operatori del centro costretti a cercare rifugio in alcuni container e uffici amministrativi della struttura, dove sono rimasti poi bloccati per ore. Tra di loro (25 in totale) anche due medici e un’infermiera. Si sono allontanati in auto, alcune colpite dai manifestanti.

Nell’ex caserma Silvestri di Conetta, frazione di Cona, che ospita il centro d’accoglienza ci sono ora oltre 1000 migranti, contro i 50 ospitati un anno e mezzo fa. E contro i 3mila abitanti di tutto il Comune. Il centro è composto prevalentemente di tendoni fra i 500 e i 1500 metri quadri. In ogni tenda dormono centinaia migranti in letti a castello; le donne sono circa 40 e hanno alloggi e servizi separati. Una bomba a orologeria, con le autorità preposte assolutamente inadatte a gestire l’emergenza. Il magistrato di turno, ad esempio, è venuto a sapere della morte della ragazza solo nel tardo pomeriggio, quando ha chiesto ai carabinieri di compiere tutte le possibili verifiche per chiarire l’accaduto (inizialmente liquidato come morte per cause naturali).

L’allarme era stato lanciato già un anno e mezzo fa dal sindaco di Cona, Alberto Panfilio, che nel 2015 protestava per l’invio di 100 profughi in una frazione di 197 abitanti. Nell’agosto del 2016, allo scoppiare delle prime poteste, e con il quantitativo di profughi arrivato già a 700, ammetteva: “Una protesta assolutamente pacifica e della quale mi sento di condividere tutte le motivazioni. La novità di oggi è che anche la maggior parte della popolazione della frazione di Conetta, dopo un momento iniziale di disagio e di timore, si è schierata dalla parte dei migranti. Naturalmente quando vedi tante persone in un solo posto, le auto che si fermano, i curiosi, tanti carabinieri e poliziotti, è indubbio che nasca una preoccupazione. Poi però si sono formati dei capannelli di persone coi profughi che spiegavano la situazione e i cittadini che annuivano”.

Le condizioni disumane dei centri d’accoglienza sono dunque la prima causa di malesseri, anche in comunità di migranti che tendenzialmente non sarebbero pericolose. Il problema, allora, è che l’integrazione non si fa solo a parole, e che il nostro Paese non ha le capacità di gestire quasi 200mila arrivi l’anno (in Spagna, che confina con il Marocco, il paese più moderato del Maghreb, sono arrivati nello stesso anno 6mila migranti). Non è pensabile che possano essere scaricati sulle piccole comunità locali centinaia e centinaia di profughi che portano con sé disagi e difficoltà, perché nonostante le demagogie boldriniane flussi di queste dimensioni creano un impatto traumatico nel tessuto sociale di provincia. E la colpa non è della xenofobia dei residenti, che sono invece legittimamente preoccupati. L’integrazione si fa per bene o non si fa, perché a pagare lo scotto poi non sono i burocrati del ministero ma le famiglie italiane che chiedono solo di vivere nel massimo della serenità.