Di Maio tra i “furbetti delle missioni”: non va in Aula ma prende la diaria

di Daniele Dell'Orco
19 Gennaio 2017

Archiviato il Referendum Costituzionale resta d’attualità il tema del costo della politica. Durante la campagna referendaria emerse chiaro e tondo che il “problema” in questione non riguarderebbe più che altro lo stipendio dei parlamentali quanto tutto il costo della macchina amministrativa (strutture, dipendenti, enti inutili etc). Tuttavia, desta sempre parecchio scalpore constatare il rapporto tra l’assenteismo e gli stipendi dei parlamentari. L’ex premier Renzi prima del 4 dicembre aveva proposto di legare i compensi all’effettiva presenza in aula, con sanzioni previste per chi non partecipa al 30% delle votazioni. Ebbene, se così fosse in molti percepirebbero poche lire, tipo l’avvocato e senatore di Forza Italia Niccolò Ghedini, che vanta lo 0,85% di presenze. Quelle di Verdini, invece, l’uomo dei grandi accordi, raggiungono il 10,74%. Tra i deputati più assenti al primo posto c’è Antonio Angelucci, di Forza Italia, con lo 0,44% di presenze.

Fatta la legge, però, ecco trovato l’inganno, in pieno stile italiano. In un’inchiesta di Thomas Mackinson sul Fatto Quotidiano, si scopre che i parlamentari hanno un’arma in più per “drogare” i dati percentuali, cioè trasformarsi in deputato in libera uscita permanente. L’escamotage per rendersi ubiqui è un uso intensivo – se non l’abuso vero e proprio – della “missione”, l’istituto previsto dal  regolamento della Camera (art. 46 comma 2) che recita: “I deputati che sono impegnati per incarico avuto dalla Camera, fuori della sua sede o, se membri del Governo, per ragioni del loro ufficio, sono computati come presenti per fissare il numero legale”. Per questo chi svolge l’incarico percepisce per intero la diaria, cioè il contributo per le spese di soggiorno a Roma. Altri 3.500 euro netti al mese, oltre lo stipendio. Somme cui non avrebbe diritto – qualora risultasse assente  per effetto delle decurtazioni previste dallo stesso regolamento: 206,58 euro per ogni seduta in cui si vota e 500 mensili per giunte e commissioni. Così le norme, la prassi instaurata è però un’altra: i deputati (e senatori) ricorrono a missioni anche per starsene rintanati nei propri uffici, oppure per uscire dal Parlamento a svolgere attività che spesso nulla hanno a che vedere con la Camera come “istituzione”. Così non passano per degli scansafatiche, giacché l’assenza “giustificata” non viene conteggiata. E soprattutto arrotondano.

Quello delle “missioni fittizie” è un affare d’oro e senza rischi: per esentarsi dal lavoro, figurando però di esserci, agli onorevoli basta un fax. L’Ufficio di Presidenza autorizza, il Servizio Assemblea passivamente registra, nessuno controlla. Specie in caso di incarichi di governo e di titolari di cariche interne per i quali – precisa una nota della Camera – “la Presidenza prende atto, senza procedere ad alcun vaglio”. Tanto che “non sono mai stati adottati provvedimenti per uso improprio dell’istituto”. Che del resto neppure esistono, e il ché la dice lunga. Soprattutto spiega perché le Camere si tramutino così spesso nel deserto dei Tartari, dove marcano missione anche 150 onorevoli alla volta.

Tra i vari Brunetta, Vezzali, Lotti e Brambilla salta all’occhio il nome di Luigi Di Maio, che più si è speso nella battaglia sulle indennità dei deputati. Per questo ha subito anche l’affondo di Renzi alla vigilia del voto: “Ha il 37% delle presenze, perché non gli diamo allora il 37% dello stipendio?”. Avrebbe potuto anche querelarlo, il vicepresidente della Camera, perché quel dato è falso: con il 55% di missioni la sua presenza in Parlamento schizza all’88%. Altro che assenteista. E allora: “Scusi Di Maio, querela Renzi?”. L’esponente M5S non risponde, forse per stile o forse perché sa che le missioni dichiarate sono spesso fittizie e raramente aderenti al dettato del regolamento della Camera che lui ben conosce, essendone vicepresidente. La libera uscita, per titolari di cariche interne, dovrebbe essere “per incarico connesso con l’esercizio di funzioni istituzionali”. Gli impegni espletati però sono di altra natura, prettamente politica. Per la quale sarebbe stato più corretto indicare l’assenza anziché la missione.