Le pinete nel ravennate: tra storia, uso e fascino

di Redazione Romagna Futura
19 Ottobre 2018

Le pinete hanno un fascino particolare, nei giorni assolati ci accolgono ombrose, nelle giornate nebbiose ci paiono come un mondo magico e ovattato. Queste giornate di fine ottobre, sono l’ideale per passeggiarvi, rilassandosi e raccogliendo erbette commestibili, funghi, tartufi e altro… per gli asparagi occorre andarci in primavera. Occorre però seguire i regolamenti per non rischiare di compromettere questo delicato ecosistema; la raccolta dei prodotti del sottobosco è consentita solo per uso personale, con dei limiti. Ci sono regole da osservare, come non accendere fuochi, non fumare d’estate, non raccogliere uova o specie protette ecc.

Il Comune di Ravenna disponeva di regole, come ad esempio quello per l’uso del legnatico, già dal 1923, e quello sul pascolo, dal 1938. A quell’epoca, oltre a rappresentare il luogo ideale per le attività di caccia e pesca, il pascolo e la raccolta dei prodotti del sottobosco, la pineta costituiva una fonte di reddito, soprattutto grazie alla raccolta dei pinoli. Allora come oggi, il pinolo è usato in molte pietanze, tra cui il pesto e quel dolce chiamato “Riccio”, tanto famoso in Romagna, qualche decennio fa, che si può tutt’oggi gustare a Fiumicello, nei pressi di Premilcuore oppure a Montebello di Torriana. Della pigna non si gettava nulla, perché tolti i pinoli, il resto serviva per alimentare il fuoco.

La raccolta delle pigne costituiva un lavoro che richiedeva un’alta professionalità e doti atletiche non indifferenti. Si trattava di un lavoro pericoloso e non privo di disagi. La raccolta si effettuava durante i mesi invernali. I raccoglitori salivano sul tronco dritto del pino aiutandosi talvolta con delle scale ma più spesso con la sola forza delle braccia. Raggiunti i primi rami, usavano il lungo bastone terminante in un uncino con il quale distaccavano e facevano cadere a terra le pigne. La Casa delle Aie, oggi ristorante, era il luogo in cui il pinolo veniva lavorato in modo quasi “industriale”. La costruzione risale al 1700 su progetto di Camillo Morigia, le aie sono diversi piazzali, in ognuno dei quali, un tempo, si effettuava un determinato passaggio della lavorazione del pinolo.

All’inizio del Novecento, l’importanza economica della pineta, pian piano decadde e l’uso del pinolo fu soppiantato dalle nocciole e altri semi meno costosi. Circondate da zone palustri e dal mare, le pinete hanno ispirato personaggi illustri quali Dante, che cita la Pineta di Classe, nel Purgatorio; Boccaccio, che ne fa il luogo della novella di Nastagio degli Onesti, nel Decamerone; Byron che amava cavalcare in quella di Classe e in quella di San Vitale; Pascoli che la ritiene un legame antico fra l’uomo e la natura.

Le hanno amate e descritte anche gli studiosi ravennati come Santi Muratori, mitico Direttore della Classense e anche un personaggio bizzarro, come Jacopo Landoni, ricordato, più che per i suoi scritti, per le numerose burle giocate ai suoi concittadini. La Pineta di Ravenna risale all’epoca imperiale romana; fu impiantata per produrre legname per le imbarcazioni della flotta di Classe.

Nel Medioevo, intorno alla città vi erano quattro grandi pinete, affidate alla cura di un monastero o un’abbazia: le pinete di San Vitale; di San Giovanni; di Classe e di Cervia. Dal XVI al XVIII secolo si ampliarono. La loro superficie passò da 1.800 ettari a settemila, per una lunghezza di oltre trenta chilometri e una profondità di qualche chilometro. La soppressione degli ordini religiosi perpetrata dai francesi, arrivati a Ravenna nel 1796, con la conseguente confisca dei loro beni e quindi anche delle pinete, fu la causa dell’inizio del degrado. Nel 1879-80, ci fu un inverno molto freddo e le pinete vennero prese d’assalto per avere legna da ardere.

Durante la Prima guerra mondiale, la richiesta di legname per usi militari comportò il completo abbattimento della pineta di San Giovanni e di gran parte di quella di Cervia, con disboscamenti anche in quella di Classe e nella parte settentrionale di quella di San Vitale. Poi la triste data del 19 luglio 2012, l’incendio doloso, tra Lido di Dante e Lido di Classe, ettari e ettari di pini arsi, un dolore per tutti quelli che amano la vita, il mito racconta… gli uomini sono alberi che camminano e viceversa gli alberi sono uomini che stanno piantati

Paola Tassinari