La vittoria politica dei perseguitati

di Daniele Dell'Orco
4 Dicembre 2018

Il caso del lavoro nero nell’azienda del padre di Luigi Di Maio non sembra aver scalfito il consenso elettorale del Movimento Cinque Stelle. Anzi, nell’ultima settimana il bacino di voti potenziali del M5S si è addirittura ingrossato di quasi un punto percentuale. A dirlo è il sondaggio settimanale realizzato dall’istituto Swg per il TgLa7 di Enrico Mentana: secondo la rilevazione, i pentastellati sono al 27,3 per cento, a fronte del 26,5 rilevato il 26 novembre.

Una rilevazione scioccante, alla luce di uno scandalo che, pur essendo l’ultimo in ordine di tempo nell’establishment grillino, sta a palesare un certo cortocircuito non solo politico ma anche morale. Il movimento degli onesti, dei giustizialisti e dei feticisti della legalità anche quando questa arriva a sfiorare lo stato di polizia, si chiude a riccio attorno a uno dei suoi leader, nonché vicepremier e soprattutto Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, pure se rimane invischiato nella più classica delle paludi all’italiana.

Al netto delle responsabilità dirette o indirette, Di Maio, nel caso in questione, non ha di certo brillato né per trasparenza né tantomeno per sagacia. Eppure, il messaggio che arriva alla setta grillina è quello di una persecuzione aprioristica contro Giggino. Eloquente il caso degli altri protagonisti della vicenda, i manovali assunti in nero nell’azienda della famiglia Di Maio e che per loro stessa ammissione (quantomeno di alcuni) il 4 marzo hanno votato… Di Maio.

Cioè il politico grillino che percuote l’elettore grillino e che nonostante questo continua a votarlo. Assurdo.

Ciò detto, pare che nella politica da showbiz all’italiana la mania di persecuzione sia diventata l’unica arma di aggregazione e di costruzione del consenso. Anche quando si è nel torto. Soprattutto quando si è nel torto. Perché in fin dei conti chi è che non ha mai evitato di emettere uno scontrino? Chi è che non ha mai trasformato il pollaio in giardino in dependance? Chi è che non ha mai ritoccato la dichiarazione dei redditi? Chi è che non ha mai aggiunto una voce in più sul curriculum? E allora, siccome i nuovi politici devono essere in tutto e per tutto persone qualsiasi prestate alle istituzioni, sembra sia diventato fisiologico e accettabile che portino in dote anche i piccoli (a seconda dei punti di vista) difettucci di una persona qualsiasi.

Anzi, è proprio ciò che riesce a scatenare l’empatia dell’elettorato. Fin quando l’ala grillina del governo ha continuato a sconfessare gli impegni presi con gli elettori (Tav, Tap, Ilva etc…) qualche piccola flessione in termini di punti percentuali si era avuta (quasi 5% persi in 7 mesi). Appena il caso umano è tornato a sopraffare quello politico, l’elettore è tornato a stringersi intorno al leader. Perseguitato dalle élite, perseguitato dalle lobby, perseguitato dalla stampa.

La cartina al tornasole di questo ragionamento la offrono alcuni dei “persecutori” politici. Cioè le opposizioni. Secondo lo stesso sondaggio il Pd è in calo, seppur leggero, dal 18 al 17,6%, sebbene i vari Renzi e Boschi avrebbero in teoria dovuto approfittate dello scivolone in famiglia di Di Maio per prendersi una sorta di rivincita dopo essere stati messi sulla graticola per le imprese dei rispettivi papà. Sempre più vicini alla scomparsa politica invece i partitini della sinistra che abbaiano alla luna sbandierando lo spettro del ritorno del fascismo un giorno sì e l’altro pure (Più Europa, Liberi e Uguali e Potere al Popolo si confermano tra il 2,4 e il 2,8 per cento). Loro, che della politica della persecuzione sono sostanzialmente gli inventori. Se la Lega di Salvini è balzata al 32% dei consensi, infatti, il merito è tutto, o quasi, della loro folle crociata idelogica. E i perseguitati ringraziano.