La povertà è stata abolita ma i poveri non lo sanno

di Daniele Dell'Orco
27 Maggio 2019

Innanzitutto, lo stile. A parte l’sms inviato a Matteo Salvini di “sincere congratulazioni” di Di Maio, che sarebbe fino a prova contraria il vicepremier di questo Paese, oltre a rassicurarci sulla sua incolumità fisica non ha ancora fatto (o detto) altro. Segno evidente di una sconfitta non solo cocente, ma addirittura disarmante se nemmeno grazie alla loro proverbiale fantasia siano riusciti a tirar fuori qualche strampalata lettura del voto capace di premiarli. Niente più crescita rispetto al passato, niente più primo partito d’Italia (e nemmeno secondo), niente di niente. Nemmeno la capacità di metterci la faccia, quella che fino a poche settimane fa sogghignava nel gesto di abolire la povertà.

Già, peccato che la povertà sia tutt’altro che abolita. Il Reddito di cittadinanza, la grande rivoluzione sociale della Terza Repubblica, ha avuto il merito di creare situazioni grottesche, assegni al limite dell’insulto, rifiuti in quantità e un buco da 23 miliardi di euro. Sebbene orologio alla mano Di Maio abbia spinto per far stampare di notte le prepagate pur di proiettare più persone possibile al Postamat più vicino prima delle elezioni, i poveri sono stati tutt’altro che aboliti. E gli hanno fatto maramèo.

Il tema è: dopo mesi e anni di crescita, dopo la possibilità di formare un governo a trazione grillina con l’espressione diretta persino del Presidente del Consiglio, dopo aver preso in mano due dei ministeri più importanti del Paese, dopo aver fatto approvare il reddito di cittadinanza, a cos’altro vorrebbero aspirare prima di poter ammettere che come forza di governo non funzionano?

È difficile da credere, ma qualcuno dovrà pur spiegare a Di Maio che la sua narrazione politica degli ultimi 6 anni, e quindi di tutta la sua vita politica, sia stata solo un’illusione.

Che fare ora? Lo schema tattico post-contratto di governo ha dimostrato che il Movimento sta perdendo. Far saltare il banco, di contro, significherebbe per almeno la metà dei parlamentari l’impossibilità pratica di essere rieletti (vuoi per il rispetto del vincolo di doppio mandato, vuoi per la contrazione del numero dei seggi). L’unica soluzione possibile sarebbe quella di far saltare qualche testa, in primis quella di Di Maio, e riposizionarsi come stampella di un “governo Salvini”, che diventerebbe in tal caso il responsabile principale di tutte le politiche lacrime e sangue che verosimilmente sarà obbligatorio mettere in campo da qui a fine anno.

Poi, nel 2020, ricominciare a sbraitare.