La mandrakata di Trump: usare il Medio Oriente come poligono di tiro

di Daniele Dell'Orco
14 Aprile 2017

All’inizio del secolo scorso la propaganda veniva effettuata a forza di parate militari e film “d’azione” filo-governativi. Le nuove armi venivano prima testate in gran segreto e poi, solo nell’eventualità più remota, sfoggiate contro gli avversari nelle attività belliche. Oggi invece, per la prima volta nella storia, uno stato sovrano, gli Stati Uniti, utilizza un altro stato sovrano, la Siria, come poligono di tiro per incutere timore su un terzo stato sovrano, la Corea del Nord, distante decine di migliaia di chilometri. Dalla lista sono volutamente esclusi altri Stati come l’Iraq e l’Afghanistan che però di “sovrano” hanno ormai ben poco. Una settimana fa su ordine del presidente Donald Trump, gli Usa hanno sferrato il primo attacco militare diretto contro la Siria dall’inizio della crisi sei anni fa. Una svolta maturata in poche ore, nella convinzione del commander in chief che una risposta per l’attacco con armi chimiche attribuito ad Assad non potesse più attendere.

Una pioggia di 59 missili Tomahawk è piovuta nella notte tra giovedì e venerdì sulla base dalla quale sarebbero decollati i jet siriani per il micidiale raid del 4 aprile. Il Presidente Trump era così convinto della bontà della sua operazione militare da aver scambiato la Siria con l’Iraq durante un’intervista televisiva. Qualche giorno dopo, sempre a riprova dell’attenzione con cui i marines si preoccupano delle sorti dei bambini siriani, 18 ribelli delle delle Forze democratiche siriane sono stati colpiti e uccisi per sbaglio da un raid aereo della coalizione militare internazionale a guida americana sul villaggio di Tabqa, nella Siria nordorientale.

Ieri, l’ultima mandrakata. Gli Stati Uniti hanno sganciato sul giardino di casa, l’Afghanistan, la più potente bomba convenzionale (non nucleare) mai usata nella storia: una “Gbu-43/B Massime Ordnance Air Blast (Moab)”, conosciuta come “la madre di tutte le bombe”. È la prima volta che viene impiegato un missile tanto potente in guerra. La Moab, sviluppata nella Guerra in Iraq del 2003 ma mai utilizzata, è lunga 9,17 metri ed ha un diametro di 1,02 metri. Guidata da un sistema Gps sull’obiettivo, pesa 8,5 tonnellate di esplosivo H-6 ad altissimo potenziale la sua deflagrazione equivale all’esplosione di 11 tonnellate di tritolo. L’obiettivo dichiarato sarebbero i tunnel utilizzati dai miliziani dell’Isis. Peccato che la madre di tutte le bombe non sia un ordigno penetratore, di quelli, molto meno potenti, ma che hanno il preciso scopo di distruggere cunicoli e bunker sotterranei. La detonazione della bomba avviene poco prima che tocchi il suolo e ha un effetto distruttivo totale per qualsiasi cosa si trovi sulla superficie per diverse centinaia di metri di diametro dal punto di impatto.

Una posa da body builder, in pratica. Un atto dimostrativo con cui Trump fa capire a Kim-Jong Un che fa sul serio. Gli Stati Uniti temono che la Corea del Nord stia per effettuare un nuovo test nucleare. Test che, secondo alcuni analisti, potrebbe scattare domani, 15 aprile, in occasione del 105° anniversario della nascita del nonno e fondatore della dinastia Kim al potere in Corea del Nord (Kim Il-sung).

L’altro deterrente studiato da Trump è allora l’invio di una squadra navale d’attacco, guidata dalla portaerei a propulsione nucleare Carl Vinson, con 6 cacciatorpediniere (in grado di lanciare missili da crociera Tomahawk) e un incrociatore. A rafforzare ulteriormente il dispositivo militare Usa bombardieri pesanti Usa B-52 e i B-2 Spirith (stealth, invisibili ai radar) sono posizionati nella base aerea di Guam. E molti vedono lo sgancio della superbomba in Afghanistan come un ulteriore messaggio intimidatorio a Pyongyang. Ieri Trump ha inviato un ennesimo monito a Kim Jong-un: “La Corea del Nord è un problema. Un problema di cui ci occuperemo”

Molto dura la risposta della Corea del Nord: Trump ha costruito un “circolo vizioso” di tensioni e Pyongyang è pronta ad andare alla guerra e a usare il proprio arsenale nucleare se necessario. Lo dice il vice ministro degli esteri nord-coreano, Hang Song Ryol in una intervista esclusiva all’agenzia Associated Press, aggiungendo che se le “provocazioni” di Washington proseguiranno, Pyongyang è pronta a una risposta militare: “Se loro vogliono andremo alla guerra“. Il viceministro nord coreano ha definito “spericolate” le manovre militari Usa e ha concluso dicendo che la Corea “ha un potente deterrente nucleare e certamente non resterà con le mani in mano di fronte a un attacco preventivo da parte americana”.

Magari lo scontro avverrà direttamente, altrimenti prepariamoci a vedere qualche altro fuoco d’artificio nell’area geografica che una volta era conosciuta come Medio Oriente ma che ora risponde al nome di: poligono di tiro Usa.