Italiani popolo di voltagabbana: quasi 9 politici al mese cambiano partito

di Daniele Dell'Orco
21 Febbraio 2017

Nell’immaginario collettivo il campione della compravendita dei politici è sempre quel diavolo di Silvio Berlusconi, a cui per un largo periodo ventennale sono stati fatti corrispondere tutti i mali del Paese, oltre ad alcuni ultraterreni. Quando nel dicembre 2010 i deputati Razzi e Scilipoti lasciarono i loro gruppi – Pd e Italia dei Valori – per votare la fiducia al governo Berlusconi, ad esempio, le opposizioni insorsero gridando allo scandalo. Peccato che i salti della quaglia, inaugurati nel 1996 con la vittoria elettorale dell’Ulivo e la successione di quattro governi diversi (Prodi, due volte D’Alema e Amato), siano diventati lo sport preferito dei parlamentari degli esecutivi Letta prima e Renzi poi: si è infatti passati da una media di cinque cambi al mese con il governo Berlusconi a otto con l’ex sindaco di Firenze.

In totale, come calcola Openpolis, la media mensile del valzer di casacche è cresciuta del 50% rispetto alla legislatura precedente con Berlusconi al governo prima dell’arrivo di Monti. Dall’inizio dell’ultima legislatura, la XVII, si contano già 396 voltagabbana. Di questo passo, dovesse arrivare al suo termine naturale, si sfonderebbe il muro delle 500 giravolte.

Come racconta Ludovica Bulian sul Giornale “alla Camera su 11 gruppi parlamentari, solo quattro sono espressione delle liste (Pd, M5s, Lega e Fratelli d’Italia), mentre al Senato sui 10 solo 3 (Pd, M5s e Lega). I 396 cambi di casacca registrati finora, con relativi spostamenti di denaro (deputati e senatori che cambiano portano con sé rispettivamente un tesoretto annuo di 49.200 euro e di 59.200) sono avvenuti in soli 47 mesi, con una media di 8,4 cambi al mese. Il 23,97% dei deputati e il 36,56% dei senatori ha compiuto almeno un passaggio da un gruppo all’altro. Sul totale degli eletti, il 28,21% ha fatto almeno un salto in un altra forza politica (la percentuale era al 18,86 nella scorsa legislatura)”.

E il nuovo che avanza? Quel M5S da sempre in prima fila contro chi non rispetta il mandato popolare? Registra il 16,13% dei cambi alla Camera e il 15,43% al Senato. Ma il trasformismo grillino non ha porte girevoli e viaggia in una sola direzione: l’uscita. Così in tre anni e mezzo i cinque stelle hanno visto 38 portavoce andarsene, lasciando la forza di Grillo con il 23% di parlamentari in meno, confluiti un po’ a destra, un po’ a sinistra, un po’ al centro.

E pensare che nella legge elettorale che è stata bocciata dal Referendum Costituzionale e che, a detta della maggioranza dem, sarebbe dovuta essere la panacea a tutti i mali del Palazzo, il vincolo di mandato non era nemmeno stato inserito.