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Isteria grillina

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Politica, del

Non è curioso che nel giro di poche ore sia Roberto Saviano che Alessandro Di Battista si abbandonino alle risposte sulle voci che circolano sui loro stili di vita? L’eroe della sinistra accoglienza e cachemire polemizza con Diego Fusaro e puntualizza che la storia dell’attico di New York sarebbe più mitologia che realtà. Certo, durante i suoi soggiorni negli States avrà pure avuto qualche vicino di casa nei piani superiori, ma il monarca della banalizzazione avrebbe dovuto comprendere la carica metaforica della battuta. A quanto pare, Salvini Ministro dell’Interno fa perdere le staffe.

Lo sa bene Dibba, il vicepremier ombra, che in America non avrà ancora nessun attico al pari di Saviano, ma intanto pontifica sulla politica nostrana e si preoccupa un po’ meno di reperire materiale utile per i reportage pagati dal Fatto Quotidiano. Che poi, quale fiuto per la notizia abbia dimostrato Di Battista per potersi permettere tale lusso non è dato sapere. Perché di lusso si tratta, visto che i pochi, coraggiosi giornalisti embedded rimasti in Italia vengono tagliati dalle segreterie di redazione e costretti a fare i freelance pagandosi di tasca loro le assicurazioni sulla vita per fare cose anacronistiche tipo raccontare la verità rischiando pallottole nel cranio.

Di Battista, invece, rappresenta una Selvaggia Lucarelli (guarda caso anch’essa soprano del coro travaglino) in salsa antipolitica. Esponenti di quella categoria di giornalisti non giornalisti che grazie alla disintegrazione dell’etica delle professioni sono riusciti ad incarnare il messaggio “se lo fanno loro, io potrei fare di sicuro molto meglio”. E hanno esportato il concetto alla medicina, all’insegnamento, alla politica. Al giornalismo, appunto. Del resto, basta avere uno smartphone, qualche decina di migliaia di follower sui social, tutto condito magari da qualche comparsata trash in tv, e il gioco è fatto. Si diventa reporter, influencer, predicator.

«Certe robe non le ho smentite pubblicamente perché, come diceva Andreotti, “una smentita è una notizia data due volte”. Per cui certe balle che girano sul mio conto e sono girate in cinque anni ho evitato di smentirle. Il modo in cui io campo, e campo con la mia famiglia, sono cazzi miei. Non so se sia chiaro, sono c… miei e soltanto miei il modo in cui mi guadagno da vivere».

Ah, interessante. Quindi Di Battista cita Andreotti (noto esempio di antipolitica) dalla villeggiatura negli States (ché di villeggiatura si tratta dal momento che i reportage non si scrivono con famiglia al seguito), smentisce per la prima volta dopo mesi la voce dei 400mila euro di anticipo versati dalla berlusconiana Mondadori per il suo libro (sì, scrivono anche libri, che ormai sono come i tatuaggi) e minaccia querele rivendicando la privacy. Lui, che è diventato onorevole facendo i conti in tasca a chiunque. E che si è fatto casta. Ora, quel Berlusconi che avrebbe inenarrabili malattie virali secondo Di Battista senior, qualche soldino al figlio gliel’avrà versato. Siano 20mila, 50mila o 400mila euro, questo libro qualcosa sarà stato pagato. E non è nemmeno questo il punto. Il punto è che Berlusconi non è monopolista dell’editoria. Ci sono anche altri editori in Italia. Tipo Paper First, la casa editrice del Fatto Quotidiano. Bastava pubblicare con loro, no? Per coerenza, appartenenza, riconoscenza, fedeltà verso un progetto editoriale. Invece no, il capitalismo quando gira bene fa figo. E se c’è libero mercato il lavoro intellettuale viene venduto al miglior offerente. Poco importa se sia pure il destinatario del 99,9% delle proprie invettive.

La vena che si chiude, comunque, sembra diventato un leit motiv dei 5 Stelle, che mentre facevano opposizioni e comizi di piazza godevano nel far venire i complessi a tutti. Ora che governano passano più tempo sulla difensiva che ad amministrate la cosa pubblica. Leggasi Luigi Di Maio, che sarà il controllore del premier Conte, ma che a sua volta è controllato chissà da chi e chissà da dove. Delle telefonate tra Conte e Macron viene informato in ritardo, dell’avanzamento della corrente di Fico all’interno del Movimento se ne accorge in ritardo, di essere stato messo all’angolo da Salvini non se n’è ancora reso conto. Altro esempio, insomma, del leader che non sa fare il leader credendo di saper fare il leader meglio di quelli che facevano i leader prima di lui.

L’identikit perfetto di Virginia Raggi. Il sindaco di Roma, che recita sempre più spesso la parte di quella che viene accompagnata nel paese dei balocchi e poi appena entra le viene detto “non toccare nulla”, si lamenta del fango mediatico asserendo di non aver bisogno né di uomini, né di badanti, né di consiglieri, rispolverando quel cliché del “mi attaccano perché sono donna” già tirato fuori dalla Boschi quando veniva attaccata da chi? Dai grillini. Eppure, sarà un caso ma della Raggi si ha notizia solo quando piange, quando si fa prendere dagli attacchi di panico, o quando qualcuno della sua cerchia viene messo al gabbio a sua insaputa. E in due anni ormai i nomi sono diventati parecchi. L’ultimo è Luca Lanzalone, il super manager diretta espressione di Grillo e Casaleggio esponente di lusso della cupola che gestiva il progetto di costruzione dello Stadio della Roma. La Raggi si affretta a stracciarsi le vesti dicendo di non saperne nulla. Non avevamo dubbi, Virgì.

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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