Il delirio d’onnipotenza di Renzi in un paese ancora conservatore

di Daniele Dell'Orco
5 Dicembre 2016

Nel suo discorso di commiato Renzi esordisce considerando un dato effettivamente evidente: gli italiani sono tornati al voto (68% l’affluenza record per un referendum). E va detto che quando in questo paese si vota in modo compatto, per i progressisti non è mai una buona notizia. È stato questo uno dei principali errori che hanno provocato il tracollo il fronte del Sì, che ha raccolto 13 milioni di consensi (40.9%): pensare che, soprattutto al Nord, a una larga affluenza sarebbe corrisposto un ampio consenso. A parte Milano, infatti, dove comunque il No ha trionfato di qualche punto, le grandi città hanno espresso tutte larghissime opinioni conservative. Il premier, dunque, ha pagato col suo posto non solo e non tanto alla luce della sconfitta, ma alla luce di un vero e proprio tracollo!

I mille giorni di regali, regalini, immobilismi e promesse non mantenute, tuttavia, non sono stati l’unico fattore in grado di far pendere l’ago della bilancia contro il premier. E anzi, anche “personalizzare” il voto popolare di cui tanto si è sentito parlare è stato un autogol solo in parte, dacché dal suo punto di vista Renzi può dire di aver riscosso il 40% delle preferenze, un dato che se abbinato a un solo leader al momento in Italia resta maggioritario. Il vero tema, infatti, non è numerico, ma politico. Renzi, in pieno delirio d’onnipotenza dopo quelle famose elezioni europee in cui il centrosinistra sfiorò il cappotto, e che legittimarono (a suo dire) il suo ruolo da Presidente del Consiglio, ha inanellato nel corso dei mesi una serie di errori politici che lo hanno fatto presentare al cospetto degli elettori completamente solo.

Pur con i poteri forti al tuo fianco, con le banche, i grandi industriali (la Fiat), la stampa internazionale, l’Europa, puoi mai vincere un referendum se in una città come Roma appena un paio di mesi fa il tuo partito ha per il rotto della cuffia raggiunto il ballottaggio? Con la loro larga affluenza, dunque, i cittadini hanno dimostrato di volersi esprimere sul premier e sull’operato del premier, avendo tutti i propri riferimenti politici schierati contro di lui. Un voto antisistema, si dirà. Seppure c’è chi fa notare che in realtà l’esito è conservativo, perché i politici conservano la poltrona, il carrozzone Cnel rimane al suo posto e l’iter legislativo italiano resta una criticità del nostro sistema. Ma Renzi, che contava proprio sulla voglia degli italiani di mandare a casa un paio di senatori, non ha capito che l’essere antisistema in questo caso significava esprimersi contro il suo governo europeista e amico delle banche, miope e incauto nel gestire l’emergenza migranti.

Già, le banche: se l’euro è scivolato ai minimi da venti mesi dopo l’annuncio delle dimissioni del premier (poi risalito ai livelli delle scorse sedute, attestandosi a quota 1.06 sul dollaro), l’elezione di Van der Bellen in Austria ha aiutato i mercati a propendere per la tenuta della moneta unica. Lo spread, allo stesso modo, prima impenna, ma poi si posiziona a 170 punti base: un allargamento non eccessivo rispetto ai 162 punti di venerdì pomeriggio. Le borse partono deboli, ma non crollano: Milano segna un calo dell’1,8% in avvio, con il comparto bancario colpito dalle vendite. Proprio le banche infatti restano le osservate speciali: a cominciare dal Monte dei Paschi che si affida al mercato per un aumento di capitale da 5 miliardi.

Sbandierare lo spauracchio dei mercati capricciosi, però, non paga più. E il popolo, se può fare un dispetto alle banche, lo fa di buon grado. Resta da capire cosa accadrà da qui alla primavera, con quale legge elettorale si andrà a votare, come si coalizzeranno le forze d’opposizione e, soprattutto, chi guiderà il centro-destra contro la prorompente ascesa grillina. I numeri, infatti, specie quelli delle regioni del Sud, dimostrano che gli elettori liberali non sono affatto tutti con Renzi (il presunto nuovo Berlusconi) e che i conservatori, pur sfiduciati dai propri leader politici, esistono ancora e sono numerosi. Starà ai leader di destra capire come e dove poterli guidare.