Dei giudici condannano a morte un neonato, ma nessuno è “Charlie” Gard
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28 Giugno 2017
28 Giugno 2017
L’ordine collettivo come risultante di un mero egoismo condiviso spacciato per “morale”. È lo spietato ritratto del “migliore dei mondi possibili”, il nostro, che emerge nel saggio di Alain De Benoist “Minima moralia. Per un’etica delle virtù” (Bietti, pp.135, euro 14). Un mondo dominato dai tipi umani dell’Homo oeconomicus, individualista, razionale e calcolatore, e dell’Homo vacuus, perennemente insoddisfatto e intrappolato nei dogmi statuiti dall’intellettualmente corretto. Uscito sulla rivista Krisis all’inizio degli anni Novanta (n. 7, febbraio 1991; n.8, aprile 1991), questo lavoro, che compare ora in traduzione italiana di Giovanni Sessa, rappresenta un crinale decisivo della speculazione filosofica di De Benoist ma soprattutto spaventa per attualità. Il pensatore francese scomoda Bentham, Rousseau, Hegel e, ovviamente Immanuel Kant, che alla morale dedica due opere mastodontiche: La critica della Ragion Pratica e la Metafisica dei Costumi. Il filosofo di Königsberg è celebre per la sua idea che legalità e moralità non siano sinonimi, dacché il rispetto della legge è spesso dovuto al timore di una sanzione. Si pensi alla metafora platoniana dell’anello di Gige: indossando un accessorio in grado di rendere invisibili nessun uomo è così virtuoso da poter resistere alla tentazione di compiere azioni anche terribili.

E la legge, a sua volta, è davvero un esempio di morale? Quella moderna ammette ormai il concubinaggio, il divorzio, il matrimonio tra coppie omosessuali, ignorando di fatto la morale cristiana, ad esempio. Questo ed altri dualismi non fanno altro che rafforzare nel senso comune l’idea che la società globalizzata possa divenire essa stessa produttrice di un’etica sociale. Ma a che prezzo? La rinuncia alle libertà, proprio nel momento in cui si professa il massimo dell’indipendenza e dell’autorealizzazione. È il prezzo pagato, per dirne uno, dai genitori di Charlie Gard, il piccolo di dieci mesi affetto da una malattia rara e considerata incurabile dai medici britannici. La Corte suprema di Sua Maestà con una sentenza shock ha autorizzato i dottori a staccare gli apparecchi di respirazione artificiale del piccolo, meritevole di una “morte dignitosa”. I genitori, invece, che hanno raccolto oltre un milione di sterline per regalargli un’ultima possibilità e sottoporlo a una cura sperimentale negli Stati Uniti, non avrebbero più “il diritto di insistere con dei trattamenti che non sono vantaggiosi per il loro figlio”, e dovrebbero dunque rassegnarsi a vederlo morire. Il ricorso dei due coniugi britannici è stato respinto ieri dalla Corte europea dei diritti umani, che ha ritirato le misure preventive per il piccolo e approvato le decisioni prese dai tribunali d’Oltremanica, in base alle quali si possono sospendere le cure a cui finora è stato sottoposto per mantenerlo in vita. Dei giudici, dunque, hanno condannato a morte un neonato. E per lui non sono previste marcette, gessetti colorati, mobilitazioni di capi di stato. È un tema troppo poco “cool”, e d’altronde c’è ancora da interrogarsi seriamente sulla dirittura morale della propria fidanzata dopo aver assistito alla prima puntata di Temptation Island.
È questa uno delle tante ipocrisie moderne smascherate da De Benoist, come il feticismo per il “Bene”, ridotto a sinonimo di parole come “generosità” e “solidarietà”, diffuse come slogan in una società che non è mai stata così poco generosa e solidale. In tema d’immigrazione, ad esempio, si cede a un buonismo scellerato che predica accoglienza e integrazione ma produce ghettizzazione e sfruttamento. Ed ecco un altro paradosso: la persecuzione del “Male”, identificato con il razzismo, la violenza e l’esclusione. Eppure chi si dice ben lieto che la società moderna disapprovi la violenza non si domanda come mai, pur condannandola, questa stessa società sia luogo di alcune tra le più eclatanti barbarie mai viste, e abbia per di più “inventato” il fenomeno della spettacolarizzazione della morte.
Tutti cortocircuiti derivanti dalla trasposizione sul piano morale della conflittualità spesso presente in politica, che porta a tradurre in termini di “bene” e “male” le categorie politiche di “amico” e “nemico”, trasformando in assolute delle nozioni per definizione relative.
La morale, dunque, quella che afferma l’importanza di alcuni valori e cerca di uniformare ad essi innanzitutto il proprio comportamento, diventa “moralismo”, che fa riempire la bocca genericamente di “immoralità” e “disonestà”, senza indicare quali principi concreti e definiti siano stati infranti, senza spiegare quale sarebbe il comportamento corretto e concretamente realizzabile e senza tenere conto, soprattutto, delle sensibilità altrui.
Tutte le proposte morali elaborate in epoca moderna, ammonisce De Benoist, hanno concorso, con responsabilità più o meno ampie, a raggiungere questo relativismo etico. La sua proposta è dunque quella di elaborare un'”etica delle virtù” guardando a se stessi, concependo la libertà non come assoluto istinto individualista di fare e dire ciò che si vuole, ma di cogliersi come membri di un destino accomunante, legato a pratiche reali e non a principi astratti. Tasselli di un mosaico, dunque, e non singole, presunte, opere d’arte.