Così Di Maio e i veterani grillini vogliono ignorare il vincolo del doppio mandato

di Daniele Dell'Orco
7 Maggio 2018

Lo show di Di Maio in tv da Lucia Annunziata alla vigilia dell’ultimo, decisivo giro di consultazioni, si è concluso senza grandi colpi di scena, ma con un messaggio ben chiaro: se non si riesce a fare un governo politico l’unica via d’uscita per salvare il Paese è il voto subito prima della pausa estiva perché M5S non voterà mai la fiducia ad uno governo del presidente. Una possibilità questa che il leader grillino sbandiera di continuo quasi fosse un ricatto, basandosi su non meglio precisati sondaggi che darebbero il Movimento in aumento di consensi nonostante i pasticci di questi due mesi e nonostante la legge elettorale che prima era “demoniaca” e ora invece va bene lo stesso. La verità però è un’altra. L’aut aut di Di Maio serve da un lato a mettere alle strette Mattarella che in nessun caso potrà dare l’incarico di governo a qualcuno che non includa i grillini, dall’altro a mettere se stesso e i “veterani” a 5 stelle nella condizione di potersi ripresentare al cospetto degli elettori con la “scusa” che la legislatura in corso di fatto non si sarebbe mai aperta, e per colpe di altri. Dunque, quel vincolo del doppio mandato elettivo per gli esponenti del M5s sarebbe derogabile e derogato.

Come noto, infatti, il Codice Etico impegna i grillini a “non presentare la propria candidatura per una carica elettiva, qualora siano già stati esperiti dall’iscritto n. 2 mandati elettivi”. È la declinazione aggiornata di una delle “regole auree” del Movimento, nell’ottica della “politica come servizio” e non come professione, dell’uno vale uno e della completa subordinazione delle individualità all’organismo. Non è cosa da poco, perché si tratta di uno dei principi su cui poggia l’intera “ideologia” grillina, che considera il politico come un portavoce, un tramite in grado di raccogliere istanze e proposte, per poi portarle nei palazzi della politica. Cambiare la regole del doppio mandato, insomma, presupporrebbe una riflessione sul mutamento di senso e di scopo dell’intero Movimento. È per questo che sono moltissimi i militanti storici (e anche alcuni eletti) pronti a fare le barricate nel caso in cui cadesse anche questo tabù. Va ricordato, infatti, che i 5 stelle di principi inalienabili ne abbiano già salutati diversi, come la questione della leadership e la scelta delle candidature.

Le liste elettorali le hanno composte Di Maio e i suoi, in barba alle parlamentarie, per permettere alla squadra di nomi illustri comunicata in pompa magna negli ultimi giorni di campagna elettorale di essere scelta, e non votata. Proprio come in partito qualunque. Insomma, uno vale uno, ma anche no. Poi, oltre a indagati, furbetti e pure qualche massone, con l’obiettivo di “andare al governo” si era scelto di aprire pure ai fuoriusciti degli altri gruppi parlamentari, purché “non iscritti ad altri partiti e incensurati”. In pratica se hai una condanna non sei idoneo a rappresentare i cittadini, se sei un voltagabbana invece perché un elettore non dovrebbe fidarsi di te?

Ora, siccome una nuova elezione significherebbe da statuto dover dire addio ai vari Fico, Toninelli, Crimi, e pure lo stesso Di Maio, dietro la volontà così impellente di cercare tutti i cavilli esistenti (e pure qualcuno inventato) e tornare al voto a giugno si nasconde il bypass principe, ossia un pretesto tutto “formale” che consentirebbe a tutti di ripresentarsi in blocco alle elezioni facendo una eccezione al vincolo del doppio mandato. Come? Facendo leva sulla mancata “convalida dell’elezione dei parlamentari”. Un passaggio che, come da regolamento, spetta alle Giunte per le elezioni di Camera e Senato, che devono esprimersi entro 18 mesi dalla data di avvio della legislatura. Al momento, le Giunte non sono state nemmeno costituite e non è escluso che la situazioni cambi nel breve termine. Gli stipendi, però, arrivano lo stesso. E puntuali. E quelli pure in caso di elezioni a giugno garantirebbero agli eletti di aver portato a casa tre mensilità (ridotte ma nemmeno tanto, visti i precedenti) senza praticamente mettere mani a ferri. Quindi i soldi della seconda legislatura li beccano, i vincoli però sono derogabili. Storia già vista, ma tant’è.

C’è poi da considerare un altro punto fondamentale: il Movimento si sarà finalmente accorto che le utopie sono ben diverse dalla politica reale, e che le logiche di Palazzo valgono anche per gli onesti cittadini, che dal momento stesso in cui mettono piede nelle istituzioni si adattano con facilità disarmante alle regole d’ingaggio contro cui urlano e si dimenano in campagna elettorale. Come spiegare infatti a decine e decine di “miracolati” che si ritrovano in parlamento grazie alle vittorie rocambolesche in dei collegi uninominali (specie del Sud) ottenuti contro qualsiasi previsione, che dopo appena tre mesi dovranno rimettersi in coda col rischio che una flessione di consensi data dalle piroette di Di Maio li lasci fuori? Un rischio troppo alto, specie con un centrodestra pronto ad andare alla conta in aula in cerca dei voti che mancano per formare una maggioranza.

Insomma, il percorso sarebbe questo: campagna per il ritorno alle urne, proposta di “deroga” alla regola del doppio mandato con conferma in blocco delle liste del 4 marzo 2018 (basata su mancata convalida eletti), voto sul blog affinché gli iscritti ratifichino la deroga (con quorum al 50% degli iscritti, in modo da dare più forza a questo passaggio).

In teoria il Garante, ossia Beppe Grillo, avrebbe la chance di proporre all’Assemblea degli iscritti di votare la sfiducia al Capo Politico, ossia Di Maio, che non è che sia proprio il preferito dal comico genovese. Basti pensare all’intervista rilasciata in piene consultazioni in cui rilancia la possibilità di indire un referendum sull’Euro, poche settimane dopo che Di Maio si era presentato in conferenza fuori dal Quirinale per sostenere l’UE così com’è. Ma comunque, essendo questo uno scenario catastrofico per il Movimento, l’unica cosa certa è che Di Maio non andrà a casa. Almeno per ora. Tornando al voto subito il vincolo dei due mandati verrebbe eluso, mentre proponendo un premier terzo in accordo con la Lega c’è invece da scommettere che la legislatura andrebbe avanti parecchio, nonostante i dissensi. E le regole? Chiacchiere da bar.