Caso Minzolini: perché la Romania si ribella contro i corrotti e l’Italia no?

di Daniele Dell'Orco
20 Marzo 2017

La domanda sorge spontanea. Cos’ha che non va il nostro Paese? Com’è possibile che nessuno si renda conto che il sistema vigente non privilegia in alcun modo gli interessi dei cittadini? Che fallisce giorno dopo giorno in ogni sua contraddizione? Passino i provvedimenti parlamentari “ad personam” giustificati da presunte gogne mediatiche e accanimenti dei magistrati, ma come si può restare inermi di fronte a una sovversione del principio stesso di legalità? A pochi giorni dal voto bipartisan salva-Minzolini andato in scena a Palazzo Madama, ciò che colpisce non è tanto la capacità della classe politica di dividersi su qualsiasi cosa ma di ritrovarsi compatta e schierata quando deve battagliare per la propria salvaguardia. Ché, al di là del bene e del male, una condanna come quella toccata all’ex direttore del Tg1, 2 anni e 6 mesi per peculato continuato, non si sa mai un domani possa capitare a qualcun altro. E allora tanto vale prevenire, mandando al diavolo schieramenti, bandiere e reputazioni.

Tra i senatori che hanno in sostanza sconfessato la Legge Severino, ci sono alcuni nomi davvero insospettabili: la giornalista anti-camorra Rosaria Capacchione, l’ex vicedirettore dell’Espresso e del Corriere della Sera Massimo Mucchetti, e poi Mario Tronti – professore filosofo, operaista ed ex comunista -, il giuslavorista Pietro Ichino e anche Emma Fattorini, una delle più stimate storiche italiane. Infine, gli ex Cinquestelle, quelli che gridarono al diritto alla libertà: Orellana, Battista, la Fucksia, e i legalitari della Lega Nord che, dopo essersi attaccati la stella al petto e aver caricato la colt, si riempiono la bocca con la “certezza della pena“, ma solo quando il colletto non è bianco. Ci sono soprattutto i renziani, molti renziani, la maggioranza di chi nel Pd ha votato a favore dell’ordine del giorno di Forza Italia che ha salvato Minzolini e la maggioranza di quelli che nemmeno si sono presentati.

Di fronte a una tale sovversione dei principi costituzionali, dei quali chi scrive non è mai stato un feticista, ma nemmeno si può considerare “la legge è uguale per tutti” come un assioma da bar, tornano alla mente le immagini delle recenti proteste andate in scena in Romania, come raramente se ne sono viste di simili dalla cacciata di Ceaușescu in poi. Moti di reazione a un provvedimento varato a sorpresa dal governo socialdemocratico che depenalizzava i reati di corruzione e abuso d’ufficio qualora la pena non superi i 200mila lei (44mila euro). In concreto significava che alcuni uomini politici sarebbero stati praticamente al riparo da possibili inchieste giudiziarie.
Le proteste, durate oltre 10 giorni, hanno costretto alle dimissioni il ministro della giustizia Florin Iordache e il governo ha ritirato il provvedimento. La Romania, entrata ufficialmente nell’Unione europea il 1 gennaio 2007, occupa il 57° posto nella classifica dei paesi meno corrotti dell’ong Transparency international. E l’Italia? È tre posizioni più in basso. Qui, però, di scendere in piazza non ha voglia davvero nessuno. Il motivo, ad occhio, potrebbe sembrare semplice: una progressiva perdita dell’amor patrio che porta il cittadino non sono a ignorare tutte le volte in cui la sua dignità viene calpestata, ma persino a immedesimarsi col politico in quanto “potente e quindi perseguitato”. Che sarà mai qualche spesuccia fatta con la carta di credito della Rai (e quindi con i soldi della collettività) quando chiunque al posto di Minzolini avrebbe fatto lo stesso? Non ci si lamenti, poi, per le presunte invasioni migratorie che rischiano di sostituire con la prepotenza culture esotiche alle nostre, perché tanto di prepotenza, nel paese più omertoso di sempre, non si può più parlare.