Berlusconi (finalmente) fa chiarezza: “Io non rappresento la destra”

di Daniele Dell'Orco
12 Novembre 2016

Un’ambiguità che per decenni è stata croce e delizia di tutto quel mondo che nello scacchiere politico italiano si definisce “di destra”. Un mondo salito sul carro vincente, trainato da Berlusconi, per arrivare ad occupare posizioni di prestigio inimmaginabili fino a due decenni fa. Lo slogan durante il sanguinoso e drammatico congresso di scioglimento di Alleanza Nazionale recitava: “Eravamo in pochi a chiamare patria l’Italia, oggi siamo la maggioranza”. Già, una maggioranza costruita su un equivoco: non si trattava di un largo consenso finalmente sdoganato dal ghetto, ma di confluire in un disegno politico che non aveva nessuna bandiera, bensì solo un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

In un’intervista al Corriere della Sera oggi il Cavaliere chiarisce quello che, a destra, quantomeno nella base, tutti sapevano da un bel po’: “Alcune analogie tra me e Trump sono evidenti, anche se la mia storia di imprenditore è molto diversa, ma io non interpreto la destra, rappresento un ceto liberale e popolare, nel quale sono confluite le migliori tradizioni politiche del nostro Paese: da quella cattolica a quella del socialismo riformatore, da quella del liberismo a quella della destra democratica e responsabile”.

A lui, molto spesso, si fanno corrispondere le cause dello sgretolamento di un’identità politica e culturale, impropriamente definita “di destra” (ma almeno ci capiamo), poiché in oltre vent’anni di politica non è stato in grado di individuare un successore. Ma successore di cosa? È stata la destra a ritenere la sua figura come un riferimento per l’ascesa e l’affermazione di un certo tipo di mondo. Grazie a Berlusconi la destra si è ritrovata al governo, ma a causa sua si è scoperta, al gran completo, fin troppo liberal. Sono dunque mancati i leader in grado di capire entro quali limiti potesse avere senso entrare nell’orbita berlusconiana. Leader che invece, dal canto loro, si sono dissolti in un minestrone politico, lasciando un elettorato intero in balìa dell’ambiguità, del disorientamento e della libera interpretazione.

Caso strano, proprio oggi, sul quotidiano contraltare al CdS, la Repubblica, parla anche il massimo esponente di questa “non-leadership” di destra, e massimo esponente del dissolvimento di un’identità: Gianfranco Fini. “La destra – ma io appartengo al passato – deve avere una identità post ideologica, non annacquata, è cambiato tutto, siamo in un’altra epoca storica”, dice. Peccato che, a forza di ripeterlo, questo concetto dell’identità post-ideologica (vero, per carità) ha prodotto disincanto, perché anziché operare una evoluzione politica che fosse prima culturale, il buon Fini ha preferito lui stesso “annacquare” l’identità che c’era per creare quel grande misunderstanding che un’intera generazione di politici e militanti ha dovuto e deve ancora affrontare: essere accostati, poiché “di destra”, a Silvio Berlusconi.