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Il sangue e lo schermo: contro la logica della tv del dolore

Daniele Dell'Orco di Daniele Dell'Orco, in Idee, del

Tra i vari drammi del mondo occidentale ce n’è uno che nel modo più subdolo si insinua nelle menti dei suoi abitanti, nutrendosi di politicamente corretto e producendo intolleranza: è la semplificazione. Quella tendenza a dover etichettare in tempi record qualsiasi ragionamento, accadimento, fenomeno politico, sociale e culturale. Riflesso diretto di una parte di mondo che se la spassa a fare qualsiasi cosa alla velocità della luce, e che anzi dello spasmodico “tutto e subito” ne ha fatto un modello, un simile senso comune non può che autoalimentarsi, e soprattutto difendersi, cercando di ignorare, ghettizzare e ridicolizzare linee di pensiero opposte. Minacciose. La puntata di Otto e Mezzo di qualche giorno fa ne è un esempio. Tra gli ospiti in studio della Gruber c’era il filosofo della comunicazione Carmine Castoro, invitato per l’occasione a parlare del suo ultimo libro “Il sangue e lo schermo” (Mimesis, pp.250, euro 22) nel quale denuncia la banalizzazione, la spettacolarizzazione e la spersonalizzazione del dolore, della morte violenta e della barbarie che viene operata dalle tv. Citando, va da sé, l’esempio di Pomeriggio 5 e dei programmi di Barbara D’Urso. Scrive Castoro: “La vita, de-simbolizzata, de-socializzata nei suoi legami comunitari forti, de-conflittualizzata si trasferisce armi e bagagli nelle sue effervescenze mediatiche, nel personalismo del mordi e fuggi, dell’usa e getta, nelle accelerazioni frenetiche di ciò che va comprato e sentito intimamente, nelle taglie su misura che di ogni bene o servizio – e stato dell’anima – la Grande Sartoria del Tele-Capitalismo sforbicia, abbozza, delinea”.

Una critica al mondo moderno incapace di vivere all’infuori del raggio d’azione offerto dai palinsesti televisivi. Un input per una riflessione profonda, e soprattutto per una sottolineatura dei paradossi che i media producono: pervasi di politically correct stigmatizzano la violenza in ogni sua forma. Nelle simbologie, nei termini linguistici, persino nelle esultanze dei giocatori di calcio. La violenza, a sentir loro, non esiste e non deve esistere. In questa parte di mondo, almeno. Poi però si scopre non solo che anche (o soprattutto?) questa parte di mondo partecipa attivamente alla nascita, alla proliferazione e alla perdita di controllo dei fenomeni più barbari di cui è testimone la contemporaneità, ma anche che, la violenza, fa audience. Perché la massa ormai rinchiusa in una campana di vetro dove una rissa in strada sembra qualcosa di intollerabile e collaterale in una società invece perfetta e indiscutibile, di violenza “vera” si nutre. Ma nella salsa mediata dalle tv. Della serie “a me la violenza piace, ma quando mi viene proposta in modo tale da sembrarmi finta”. E invece è tutto vero.

Castoro, per esprimere un concetto quantomeno simile ma reso conforme ai tempi e ai diktat televisivi, dice: “Dovremmo chiederci se ci terrorizza più Barbara D’Urso o l’Isis. A me fanno più paura la D’Urso e le sue consimili“. Ora, al netto del fatto che, volenti o nolenti, si tratta di un’opinione personale che da qualche parte nella Costituzione è scritto che dovrebbe essere tutelata. Ma in ogni caso non sarebbe nemmeno una tesi così strampalata se messa in modo tale da non sembrare un’occasione per dipingere la showgirl con in braccio un Ak-47. E invece, i giornali hanno fatto quello che sanno fare con estremo talento: banalizzare. Il virgolettato viene ritoccato quanto basta per ribaltare il senso della riflessione che da “a me fanno più paura la D’Urso e le sue consimili” diventa “la D’Urso è peggio dell’Isis”. L’esercito degli hater sui social network fa il resto. Il messaggio di Castoro decade. La campana di vetro è salva.

Della puntata di Otto e Mezzo colpisce poi un’altra affermazione passata un po’ più sottotraccia. Per sostenere la sua tesi Castoro menziona uno studio dell’Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca e di analisi della comunicazione: “È emerso che la quello che viene trasmesso nel programma della D’Urso è destituito di qualsiasi significato civico e pubblico e di qualunque principio di informazione e di interesse giornalistico, attardandosi su dettagli morbosi”. La Gruber risponde leggermente piccata: “Pensavamo anche di aver un po’ superato la tv pedagogica”. Cala la maschera. I programmi televisivi non hanno più il dovere morale di informare o educare nessuno, per stessa ammissione degli addetti ai lavori. L’infotainment non esiste più. Anche l’informazione è ormai puro intrattenimento. L’importante è che faccia audience. Tanto vale mandare porno in prima serata allora. Il porno fa audience, dovremmo affrettarci a celebrare il talento e la potenza comunicativa di PornHub e renderlo impossibile da criticare? Dovremmo considerarlo un modello?

Il modello, più o meno volontariamente, lo offre un po’ a sorpresa la bistrattata Rai. Il programma Meraviglie – La penisola dei tesori di Alberto Angela, con la puntata dedicata alla Reggia di Caserta ha frantumato ogni record di ascolti: 5 milioni 682 mila spettatori, il 23,3% di share. E pazienza se dalle parti di mamma Rai il figlio d’arte più famoso della tv volevano sbatterlo fuori, come ha raccontato lui stesso a Libero: “Io non ho mai fatto le valigie. Semplicemente il mio contratto era scaduto, ormai da un anno e mezzo, le risposte non arrivavano e intanto erano arrivate altre proposte. Non so perché abbiano tardato tanto, forse i cambi al vertice, la legge sui tetti agli stipendi”. Un tentennamento che dimostra due cose: 1. La tv di qualità non funziona fino a prova contraria. I programmi “pedagogici” che secondo la Gruber non avrebbero più ragione d’esistere riescono a superare la barriera censoria ormai solo grazie a dei colpi di fortuna; 2. In questo paese c’è fame di cultura. C’è fame di conoscenza, quella vera. C’è fame di critica, di pensiero controcorrente e di contrapposizione ai falsi miti.

La rana nell’acqua bollente teorizzata da Chomsky dovrebbe essere spacciata. Ma hai visto mai che all’improvviso non possa infine riuscire a balzare fuori dal pentolone in cerca della vita vera?

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco

Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Dirige le testate online Cultora.it e Nazione Futura.it. È collaboratore del quotidiano Libero e del sito Sporteconomy.it, ed è stato editorialista de La Voce di Romagna. Nel 2013 ha pubblicato il libro “Nicola Bombacci. Tra Lenin e Mussolini” e l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana” (entrambi editi da Historica), mentre nel 2017 sono usciti in libreria "Non chiamateli Kamikaze" (Giubilei Regnani Editore) e "Città del Messico" (Historica). Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

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