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Tutti i perché del tracollo dello UKIP, un partito incapace di reinventarsi

Pierfrancesco Malu di Pierfrancesco Malu, in Esteri, del

A urne chiuse, e ormai raffreddate, è arrivato il tempo di fare due conti. Come spesso succede in politica, a causa della capacità oratoria dei contendenti, vittoria e sconfitta tendono a confondersi e sovrapporsi, quasi che fossero sempre delle categorie di valutazione relativa prive di un’oggettività intrinseca. In realtà, e nonostante tutto, anche questa volta ci sono dei vincitori e dei vinti.

Mentre, infatti, la grande sconfitta Theresa May cerca disperatamente di formare un governo di coalizione che la riconfermi Primo Ministro, anche senza il reale sostegno di parte del suo stesso partito, lo UKIP ha perso quell’occasione di affermazione che un anno fa sembrava essere non solo alla sua portata ma più che legittimata alla luce dei risultati e del ruolo che l’ex partito di Nigel Farage aveva avuto nella campagna a favore della Brexit. A dire il vero, questo risultato non dovrebbe assolutamente stupire ed è sorprendente solamente per chi osserva i freddi numeri (che solitamente non mentono) senza analizzare il diverso contesto e le caratteristiche principali dello UKIP stesso.

Per prima cosa, storicamente lo UKIP (come molti altri movimenti simili) alle elezioni politiche disattende miseramente le pur positive premesse ed aspettative, anche se confortate dai risultati delle elezioni europee o locali o di referendum vari. Ciò è dovuto al fatto che il sistema elettorale britannico difficilmente permette la vittoria a candidati del tutto estranei a quelli più tradizionali o a quelli che hanno un particolare radicamento territoriale. Lo UKIP è, invece, un partito che non ha una forte presenza territoriale, ed è in grave difficoltà nel discutere di politiche prettamente a sfondo nazionale, anche se è in grado di muovere opinioni su macro temi che sono ben centrati sul suo unico focus politico.

Inoltre, come già raccontato nel mio “Storia dell’estrema destra inglese, da Joe Chamberlain a Nigel Farage” (Idrovolante, 2017), lo UKIP nasce e si sviluppa come un single issue party, vale a dire un partito che sostanzialmente ha un’unica finalità e che concentra tutti gli altri temi politici in maniera collaterale al fine di argomentare quest’unico scopo centrale che non ne caratterizza solo la natura ma che rappresenta la sua stessa ragion d’essere. Con la vittoria della Brexit, lo UKIP ha raggiunto il suo punto più alto ma allo stesso tempo ha anche sostanzialmente esaurito il principale motivo della sua esistenza. Forse per mancanza di tempo o per l’incapacità organizzativa accorsa in questi ultimi mesi, lo UKIP non è stato in grado di riorganizzare la propria struttura e la sua percezione presso gli elettori è rimasta quella di un partito che non aveva più nulla da dire e che aveva già raggiunto il punto estremo cui poteva ambire. Questa, all’indomani del voto sull’adesione all’UE, avrebbe dovuto essere la principale fonte di preoccupazione per i vertici dello UKIP che, anziché esultare per il traguardo raggiunto, avrebbero dovuto preoccuparsi per la necessità di reinventare da zero un partito nella cui storia aveva fatto ben poco altro.

In questo momento, lo UKIP si ritrova più o meno nella stessa situazione di un anno fa, con la pesante aggravante dovuta alla riprova elettorale che ha palesemente smorzato entusiasmi e ambizioni degli ukippers. Ora ancor più di allora, vale l’adagio secondo cui lo UKIP o cambia o sparisce. Così com’è non ha più senso di esistere e verrà facilmente fagocitato da un lato da conservatori e laburisti mentre dall’altro lato finirà col frantumarsi in tante compagini infinitesimali incapaci non solo di essere rilevanti in qualche modo ma anche solamente di organizzarsi al proprio interno. Questa, oggi, è la più grande sfida che lo UKIP dovrà affrontare nella sua esistenza, la lotta per la sopravvivenza a se stesso.

Pierfrancesco Malu

Pierfrancesco Malu

Nato a Roma, laureato in politiche e relazioni internazionali all’università di Pisa, si è poi specializzato in politiche pubbliche e relazioni parlamentari alla Luiss School of Government. Consulente legislativo in vari settori per agenzie e imprese private, ghost writer e appassionato di calcio e cinema.


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