Trump lancia i missili sulla Siria: ma una guerra non va prima dichiarata?

di Daniele Dell'Orco
7 Aprile 2017

Contrordine, sovranisti. Il 20 gennaio un raggiante Donald Trump, durante l’atmosfera (un po’ cupa per la verità) di insediamento come nuovo Presidente degli Stati Uniti, ribadiva nel suo primo discorso post-giuramento quanto detto durante tutta la campagna elettorale: “Cercheremo buoni rapporti con gli altri, ma solo nell’interesse nazionale. Vogliamo essere d’esempio per tutti. Vogliamo rafforzare le alleanze e porci contro il terrorismi islamico, per sradicarlo dalla faccia della terra”. Per tutta risposta, nella notte italiana, gli Stati Uniti tornano a fare i “poliziotti del mondo” lanciando 59 missili Tomahawk da due portaerei al largo del Mediterraneo per colpire la base militare siriana da cui martedì mattina sarebbero state prelevate le armi chimiche che hanno causato la morte di 80 civili, tra cui 28 bambini, a Khan Sheikhoun.

Trump dà così una svolta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria, prendendo di mira nello specifico la base di Al Shayrat ma, di fatto, superando di gran lunga per arroganza l’accoppiata Obama-Clinton che mai si erano spinti fino a tal punto. “Questa sera ho ordinato un attacco mirato contro la base da cui è partito l’attacco chimico. È un interesse vitale degli Stati Uniti prevenire e fermare la diffusione e l’uso di armi chimiche mortali – ha detto Trump -. La Siria ha ignorato gli avvertimenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu” perché “non si possono discutere le responsabilità della Siria nell’uso delle armi chimiche”. Infine, si è rivolto “a tutte le nazioni civilizzate” per chiedere di interrompere il bagno di sangue in corso: “Il mondo – ha detto Trump – si unisca agli Usa per mettere fine al flagello del terrorismo”. Un messaggio che pare abbia avuto anche discreto consenso, visto che Israele, Gran Bretagna, Australia, Giappone e ovviamente Arabia Saudita hanno accolto l’invito del Presidente Usa.

Fonti del Pentagono hanno riferito che prima di colpire sarebbero stati avvertiti i russi, circostanza questa smentita dal segretario di Stato Rex Tillerson. Alla faccia dei buoni rapporti con tutti. L’aggressione contro uno Stato Sovrano dovrebbe essere proibita dal diritto internazionale, ed è inaccettabile che le lotte all’interno di un Paese vengano interpretate e giudicate a proprio piacimento da Stati terzi più o meno coinvolti. Non ci sono dichiarazioni di guerra? Non ci sono ambasciatori, diplomatici, atti ufficiali che rendano almeno consapevole un Paese della concreta possibilità di doversi difendere da un attacco? O i 6 militari morti per mano dei missili di Trump sono forse meno innocenti dei civili di Khan Sheikhoun per il solo fatto di indossare una divisa? Un militare in servizio all’interno di una base colpita da un attacco a sorpresa è comunque inerme, come inermi furono i soldati di Pearl Harbor.

Per di più, nonostante gli spot dei media Occidentali, quegli stessi militari sono da sei anni in prima linea nella lotta a quel terrorismo che Trump vuole abbattere solo a parole ma che invece il suo alleato saudita foraggia da tempo. L’attacco di stanotte, preludio a una crisi internazionale parecchio seria, è pure un assist ai tagliagole che, in attesa della prossima metro da attaccare, possono brindare al nuovo alleato. Senza alcolici, s’intende.